Perle della settimana: Me ne frego, negro

perle della settimana

È domenica! Nuove Perle delle Settimana ci aspettano. Tengo a precisare che la terza classificata di questa settimana non è una Perla bensì è un grande esempio dello schifo che popola il Web, ed in particolare i social network. Solo la cultura e la ragione salveranno l’umanità dal baratro. Bravo Andrea, bellissima poesia. Serena giornata a tutti e buona lettura.

1° classificato: Gianfranco Maggioni, ferroviere in pensione

“Finché saremo governati dai comunisti di m…, ci riempiremo di questi negri”. È il post su Facebook di un ferroviere in pensione, Gianfranco Maggioni, di Ventimiglia. Sospeso per sei giorni da Facebook commenta, intervistato da “Il Giornale”, così il cartellino rosso:

“È la seconda volta che Facebook mi mette in castigo ma io vado avanti per la mia strada. Siamo, oppure no, in una democrazia? Cosa ho detto di male? La parola negro è scritta sul vocabolario della lingua italiana. Non c’era, forse, anche una canzone? Quel motivetto (Angeli Neri, di Fausto Leali, ndr), che faceva più o meno così: ‘pittore ti voglio parlare… io sono un povero negro…'”. (17 agosto 2017)

2° classificata: Donna incinta picchiata e insultata perché nera 

Coppia italiana aggredisce, rapina e insulta su un bus a Rimini una donna di colore incinta, una senegalese di 39 anni, regolare in Italia dove vive da anni con la famiglia: Ti faccio abortire, negra di m….” e “Negri di m… tornatevene a casa vostra”, sono alcuni degli insulti ascoltati da diversi testimoni. (18 agosto 2017)

3° classificato: “Ma dimmi tu questi negri”, poesia antirazzista

“Ma dimmi tu questi negri”, la poesia contro il razzismo scritta da Andrea Melis, prima censurata da Facebook, poi diventata un caso letterario con migliaia di condivisioni.

“Ma dimmi tu questi negri”
Ma dimmi tu questi negri
che vengono a prendersi per disperazione
ciò che noi ci prendemmo con la violenza,
la spada e la croce santa,
lasciandoci dietro solo disperazione
Ma dimmi tu questi negri
che hanno cellulari e guardano le nostre donne,
mentre noi da sempre
ci fottiamo le loro
un tanto a botta nelle strade nere delle periferie,
e prendiamo il silicio dalle cave delle loro terre,
e come osano poi questi negri
avere desideri proprio uguali ai nostri
manco fossero umani
Ma dimmi tu questi negri che attraversano il mare
come se fosse messo lì per viaggiare
e non per tenerli lontani,
per galleggiare e non per affondare,
per andare e non per tornare
Ma dimmi tu questi negri
ex schiavi dei bianchi
che vengono qui a rubarci il pane
proprio ora che gli schiavi siamo noi
Messi in ginocchio e catene
da politici e finanzieri bianchi
con colletti bianchi
e canini e incisivi sorridenti
e perfettamente bianchi,
che in meno di trent’anni
ci hanno fatto schiavi
Ma dimmi tu questi negri
che hanno scoperto ora che la terra è una,
è rotonda,
e che a seguire la rotta della loro fame
Si arriva dritti dritti alla nostra opulenza
Ma dimmi tu questi negri
che facessero come i nostri nonni:
cioè tornare nella giungla e sui rami alti
visto che sono loro i nostri progenitori
e che l’umanità è tutta africana
Ma dimmi tu questi negri che non rispettano i confini della nostra ignoranza e i muri della nostra paura
Ma dimmi tu questi negri che persino si comprano le sigarette
dopo che noi ci siamo fumati le loro foreste,
le loro miniere,
il loro passato,
il loro presente
ma abbiamo commesso l’imperdonabile errore di lasciargli una vita
e un futuro
a cui dimmi tu, questi negri,
non rinunciano mica
Ma dimmi tu questi negri
che si portano il loro Dio da casa
anziché temere il nostro,
e sanno ninna nanne e leggende e favole più antiche delle nostre e parlano male la nostra lingua
Ma benissimo le loro che però noi non capiamo.
Ma dimmi tu questi negri a cui non vogliamo stringere la mano
né far mettere piede in casa,
sebbene a ben guardare
abbiano i palmi delle mani e dei piedi perfettamente bianchi
Proprio come i nostri.”

Commenta così Andrea Melis su Facebook pochi giorni dopo la pubblicazione di questa poesia:

“Ho girato un po’ delle migliaia di bacheche dove è finita la mia poesia. Spesso resa anonima, fatta a pezzetti, rapita, altre volte posata come una rosa delicata, adottata come una preziosa eredità.

E un po’ ovunque è stata schizzata (invano) di merda e di stronzate da fascistelli, ignoranti, razzisti, subumani e analfabeti funzionali.

Come non era prevedibile che diventasse virale non potevo prevedere che stappasse tante fogne. Ma di una cosa sono certo. Non discutete con gli idioti. Primo perché la mia poesia non è per loro. Secondo perché gli idioti ci trascinano al loro livello di bassezza e poi ci battono con l’esperienza. Volare alto”. (16 agosto 2017)

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