L’incredibile storia di Stefano Torre, il candidato sindaco “bionico”

Stefano Torre

Il candidato sindaco di Piacenza Stefano Torre aveva fatto parlare di sé per una strampalata e surreale campagna elettorale. Il suo programma elettorale, che noi del blog avevamo documentato, prevedeva un po’ di tutto: abolizione della morte; creazione in pieno centro di un vulcano, per attrarre i turisti ma anche come pista da sci e smaltimento dei rifiuti; risoluzione del traffico rendendo navigabile il centro storico; costruzione di un muro per evitare che quei rompicoglioni di Pordenone arrivino e rovinino la razza piacentina; viagra gratuito per chi ha più di 45 anni; sostituzione dell’acquedotto con un vinodotto.

Grazie a questo “programma” ha convinti 1.801 concittadini, un 4,28% che farebbe gola a tanti partitini. Per soli 70 voti è fuori dal consiglio comunale. Il suo slogan “mandare a cacare gli elettori” gli ha portato voti.

Ma Stefano Torre “nascondeva” una storia incredibile che dovrebbe far riflettere molte, molte persone. La racconta Sportello Quotidiano alla luce della quale tutto assume un altro significato rispetto a quello che sembrava l’ultimo capitolo di un nuovo film di Cetto La Qualunque.

Torre è affetto da una malattia rara (1000 casi nel mondo) e degenerativa, la distonia DTY11, che gli è stata diagnosticata 20 anni dopo i primi sintomi, e ha rischiato più volte di morire per questo motivo. Lui stesso non nasconde le difficoltà a raccontare la sua vita: “Ho imparato che, tanto più la vita ti nega qualcosa e ti mette i bastoni tra le ruote, quanto più riesci a scoprire la bellezza dell’esistenza”. 

Scrive il sito locale di Piacenza:

All’età di otto anni, quando è un bambino vivace, pieno di amici, intelligente e bravo a scuola, all’improvviso non riesce più a scrivere, fatica a tenere in mano la biro, si trova intrappolato nel proprio corpo, perdendo progressivamente il controllo dei movimenti, senza che i dottori sappiano diagnosticarli la malattia.

 

“Frequentavo la scuola elementare Giordani, ma a un certo punto non riuscivo addirittura a tracciare le righe sul foglio, la mia mano era incontrollabile. Siccome ai tempi la medicina non riusciva neanche a contemplare da lontano quale fosse la causa, i neurologi dissero ai miei genitori che il mio fosse un atteggiamento per attirare l’attenzione. E la cura fu scandita da ceffoni e punizioni”.

 

Inizialmente, quindi, il peggioramento scolastico del giovanissimo Torre – dovuto in realtà alla distonia – viene confuso con un vizio caratteriale. I suoi genitori si convincono che la questione deve essere approfondita, soprattutto perché il disturbo s’aggrava anno dopo anno. Nulla da fare, il responso è sempre il solito: non si tratterebbe di alcuna malattia, ma la motivazione sarebbe da ricercare in un rapporto burrascoso con la famiglia o negli sbalzi adolescenziali.

 

All’età di vent’anni Torre, forse, potrebbe intravedere la luce. Viene ricoverato all’istituto Neurologico Carlo Besta di Milano, dove è gia in corso da tempo una sperimentazione sul suo tipo di distonia (che lui non sa ancora di avere). Nonostante ciò, però, la patologia non viene riconosciuta: dopo un mese viene rilasciato senza nessuna diagnosi.

 

Per vent’anni Torre convive con il disturbo, finché sua moglie insiste poiché torni di fronte a un medico. Poco speranzoso e privo di qualsiasi aspettativa, Torre si reca presso un ambulatorio pubblico. “Mi accolse un medico della mutua, dicendomi che era il suo primo giorno di lavoro. In cinque minuti mi diagnosticò quella che effettivamente è la mia malattia, cioè la distonia DTY11. Ricordo ancora il suo nome, dottor Terlizzi”, spiega Torre, con evidente senso di gratitudine.

Dopo le scarsamente entusiasmanti premesse, arriva il momento tanto (dis)atteso: Torre si affida al bisturi, però si rivela un flop. Passa una settimana, Torre torna sotto i ferri per la seconda operazione. Stavolta, i medici fanno centro, gli elettrodi vengono collocati correttamente.

 

Oggi, Stefano Torre vive con due computer a pile piantati nel petto che rischiano di scaricarsi ogni quattro o cinque anni e ogni tanto perde il controllo delle gambe, ma non si lamenta, anzi, è finalmente realizzato. Ha pure scoperto di avere un altro talento, oltre allo sconfinato coraggio: “La faccia di bronzo. Non so se avrei potuto fare una campagna così forte e stravagante, senza essere passato attraverso una simile storia personale”.

Sul suo blog Stefano Torre riesce anche a scherzare sul suo dramma: “Come molti sapranno io ora sono bionico, nel senso che alcuni medici all’avanguardia sono entrati nel mio cervello con un bisturi trasformandomi in uomo bionico. Ora parlo perfettamente 6 lingue e sono in grado di fare qualunque cosa. Per esempio: batto a subbuteo mio figlio, vado a piedi in ufficio e faccio siti internet con 2 mani, o quasi … Poi vedremo cosa succederà, ma credo proprio che mi trasformerò in un avenger”.

Giù il cappello.