I 5mila ristoranti della mafia

ristoranti della mafia

Bar, ristoranti, pizzerie e locali sono tra le attività preferite della criminalità organizzata per riciclare il denaro ma anche per mascherare attività illecite come traffico di droga ed estorsioni. L’enogastronomia è il primo settore d’investimento di ’ndrangheta, camorra e “Cosa nostra”. Dove c’è pizza c’è mafia.

Dal Caffè de Paris di Roma, al Donna Sophia dal 1931 di Milano e Villa delle Ninfe di Pozzuoli, in provincia di Napoli, fino al Donna Assunta di Roma sono 5 mila i ristoranti del nostro Paese finiti nelle grinfie della criminalità organizzata. Clan che si fanno la guerra in Calabria o in Sicilia e si ritrovano soci in affari a migliaia di chilometri.

È la più grande catena di ristoranti in Italia. È la catena dei ristoranti dei boss mafiosi. Gigantesche lavanderie intestati a prestanome e usati come copertura per riciclare i soldi sporchi e dove spesso si nasconde l’intreccio tra mafia, impresa e politica. Se su 10 ristoranti 9 sono di proprietà di un pensionato qualcosa di strano esiste.

Il volume d’affari, secondo il quinto rapporto sui crimini agroalimentari in Italia realizzato da Eurispes, si aggira intorno ai 21,8 miliardi di euro, il 30% in più rispetto al 2016. Il ristorante è il terminale di una filiera alimentare criminale: dai prodotti della terra alle carni, dalle mozzarelle al caffè. Un sistema economico parallelo.

“Il volume d’affari complessivo dell’agromafia è salito”,  rileva in un comunicato Coldiretti, “a 21,8 miliardi di euro (+30% in un anno) perché la filiera del cibo, della sua produzione, trasporto, distribuzione e vendita, ha tutte le caratteristiche necessarie per attirare l’interesse di organizzazioni criminali. L’agroalimentare è divenuto una delle aree prioritarie di investimento della malavita che ne comprende la strategicità in tempo di crisi perché consente di infiltrarsi in modo capillare nella società civile e condizionare la via quotidiana della persone”.