Ong complici dei migranti? La soluzione è frontiere aperte

salvataggi migranti in mare

Accusare le Ong che si prodigano a salvare vite nel mare è ridicolo. La critica di essere i “taxi del Mediterraneo” era già stata mossa a Mare nostrum. L’azione umanitaria non è una causa della crisi ma una risposta ad essa. Se le Ong attualmente presenti in mare decidessero di tornarsene a casa, il numero di morti aumenterebbe. Non volete le Ong in mare? Allora aprite le frontiere. Magari organizzando dei visti a pagamento. Un modo di rendere, forse, più accettabile il progetto di liberalizzazione. Questi visti pagati dai migranti potrebbero essere una nuova fonte di entrata nelle casse degli Stati europei, da reinvestire in sussidi e aiuti ai cittadini europei.

“Un’ipocrisia di fondo caratterizza e circonda tutti gli attacchi che in questi giorni si sono registrati al lavoro delle ONG che operano in mare tra l’Italia e la Libia, accusate di favorire l’immigrazione irregolare e di collaborare con scafisti senza scrupoli.

È un’ipocrisia insopportabile soprattutto quando questi attacchi provengono da chi riveste un ruolo politico, perché, in questo caso, chi è latore degli attacchi lo fa perché ignora il fenomeno, cosa grave per chi ha responsabilità politiche, oppure perché è in mala fede ed evidentemente preferisce un aumento di morti in mare da piangere e commemorare in qualche giornata istituita ad hoc.

L’esistenza stessa degli “scafisti”, del sistema criminale che in molti casi organizza la traversata dei migranti che vogliono raggiungere l’Europa, è conseguenza diretta delle politiche migratorie adottate sia dall’Unione Europea – già dall’adozione dai trattati di Schengen nel 1985 – che dai singoli paesi membri.

Qualunque cosa ne dicano i vari governanti, malinformati o in malafede che siano, le politiche di chiusura delle frontiere non hanno nessun effetto sulla riduzione dei flussi migratori, possono al massimo ri-orientare le rotte, come è avvenuto, per esempio, nel 1973, quando l’emanazione delle cosiddette “politiche di stop” ha spostato i flussi migratori dai paesi del centro e nord Europa (Inghilterra, Germania, Belgio, Svizzera, Francia) verso i paesi dell’Europa mediterranea, o come avvenuto più recentemente con la chiusura della cosiddetta rotta balcanica sul finire del 2015, il cui principale effetto è stato l’aumento del numero dei morti nel Mediterraneo…Basta ricordare i dati, che sono tragicamente evidenti rispetto a ciò.

Nel 2015, seguendo la rotta balcanica, sono arrivate in Europa, attraverso la Grecia, oltre 840 mila persone. In questo tragitto ne sono morte circa 800. Attraverso l’Italia, via Libia, sono arrivate invece circa 150 mila persone e ne sono morte oltre 2800. Nel 2016 nel Mediterraneo sono morte oltre 5 mila persone!

Viste le motivazioni che innescano partenze e flussi migratori – che vanno dalla scelta dei singoli di lasciare il proprio paese per il desiderio di assicurare migliori condizioni economiche a sé e ai propri figli, alla necessità di fuggire da guerre, violenze, persecuzioni che insanguinano i luoghi di vita di milioni di persone, aspetti che spesso si sovrappongono – è bene sapere che chi parte per questi motivi non sarà certo scoraggiato a farlo dalle politiche di chiusura delle frontiere.

La scelta migratoria si è storicamente configurata, nella quasi totalità dei casi, come il tentativo individuale di dare risposte ai processi strutturali derivanti dalla sperequazione economica e dai processi di impoverimento di sempre maggiori aree del pianeta e di sempre più ampie fasce sociali. Processi esasperati negli ultimi quarant’anni dalle politiche economiche neoliberiste.

Nell’attuale sistema economico, dominante a livello planetario, lo sfruttamento di ampie masse di popolazione, l’allargamento delle disuguaglianze, le guerre, non sono affatto effetti accidentali: sono, anzi, elementi strutturali e costitutivi dei rapporti di potere generati e mantenuti attraverso le politiche liberiste. Liberismo economico e democrazia difficilmente sono conciliabili, non si dimentichi che il laboratorio politico in cui Milton Friedman ha sperimentato le sue teorie economiche è stato il Cile di Pinochet!

Se si vuole evitare che gli scafisti continuino a lucrare sulla vita delle persone, se si vuole evitare che le navi delle ONG siano presenti nelle acque per salvare vite umane, se si vuole evitare che gente continui a morire in mare come avviene da trent’anni nel Mediterraneo, c’è solo una cosa, per altro semplice, da fare: APRIRE LE FRONTIERE e ipotizzare politiche migratorie che incentivino arrivi in condizioni di regolarità e sicurezza di chi decide o è costretto a migrare.  Fare questo però significa lavorare ad un nuovo modello di produzione e redistribuzione della ricchezza, un modello che rimetta al centro l’essere umano, che riconduca i rapporti economici all’interno dei rapporti sociali: un sistema, insomma, che metta in discussione radicalmente gli attuali equilibri di potere mondiale.

Il modello politico ed economico oggi egemone è un modello insostenibile e gli attuali flussi migratori non sono che uno degli indicatori di questa insostenibilità”. Antonio Ciniero