Padoan verso l’aumento di tassazione sull’azzardo: era ora!

L’Unione Europea adesso abbassa le pretese. La manovra finanziaria chiesta all’Italia non deve più recuperare 3,2 miliardi di euro, ma “solo” 2,5 nel 2017. Bene, bravi, ottima notizia. Ma da dove si tirano fuori tutti quei soldi?

Il Ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan ha trovato l’illuminazione: aumentare la tassazione sul gioco d’azzardo. Incredibile che nessuno ci avesse pensato prima, con i numeri fatturati dal nostro Paese per la filiera del gambling anno dopo anno. Forse si temeva qualche collasso, chissà. Intanto però il settore rimane un caposaldo della nostra economia, risultando il terzo più in forma dell’Italia. Strano che ci si sia accorti adesso di quanto questa miniera d’oro sia stato finora poco sfruttata.

Secondo le statistiche pubblicato da Testimonianze.org, l’Italia si trova al settimo posto nella classifica mondiale per perdita pro capite in gioco d’azzardo. Lo studio condotto non ha avuto difficoltà a calcolare l’importo medio buttato via da un italiano in un anno solare in qualsiasi forma di scommessa: si tratta di circa 490$, impressionante se si considera che solo venti milioni degli italiani hanno dichiarato di aver giocato almeno una volta nella vita. Nella vita, non nell’ultimo anno solare. E si parla comunque di quasi 500€ all’anno in uno Stato in cui piaghe come disoccupazione e problemi economici sono ormai accettate come la normalità.

C’è chi sta messo peggio, quasi fosse una consolazione. L’Australia spende quasi il doppio, superando quota 1.000$ all’anno. Idem il Singapore, mentre gli Stati Uniti si fermano a circa 606$ per cittadino ogni dodici mesi. Ma c’è una differenza strutturale che salta all’occhio. Nei tre Paesi sopra citati l’industria del gambling è concepita per far sfogare la voglia di giocare ai cittadini consapevoli in luoghi pensati per l’azzardo. Las Vegas e Atlantic City esistono solo come città del divertimento sfrenato, Singapore ha diversi centri di attrazione e l’isola oceanica può contare su almeno una dozzina di casinò rinomati.

L’Italia ha da tempo abbandonato la via delle scommesse in grandi centri, ostracizzando le case da gioco per posizionarle nel settentrione (Sanremo e Venezia) o addirittura oltre i confini nazionali (Campione d’Italia in Svizzera e Saint-Vincent in Francia). Come facciamo quindi a produrre un mercato da 96 miliardi di euro, capace di portare 3,6 miliardi (senza contare le imposte degli esercenti) nelle casse dell’Erario ogni anno?

La risposta è semplice: il gioco è radicato nelle città. Davanti a tutti, vicino alle case dei giocatori. Un cittadino americano va a Las Vegas portandosi dietro x denaro convinto di poter giocare quello, e magari tornare a casa in mutande. Ma la lezione viene imparata, e il ritorno nella Strip spesso non avviene mai. Da noi i mini-casinò con slot machine e videolottery sono posizionati a due passi da condomini, case popolari, scuole. Nella migliore delle ipotesi a 500 metri dai luoghi sensibili, nei luoghi in cui è stato già applicato il famoso distanziometro. Un risultato raggiunto (neanche da tutti) a suon di battaglie legali, tutto per mezzo chilometro.

Negli USA esiste il deserto del Nevada a separare il vizio dalla vita reale. Grazie al cielo Padoan si è accorto che se proprio non si può costruire un deserto e non si vuole aiutare i poveri disgraziati caduti nella rete della ludopatia (perché non li si vuole aiutare, altrimenti una legge degna di questo nome sarebbe già stata varata) almeno si può provare a guadagnare di più dal settore. In fondo tappare i buchi finanziari con la pelle dei poveracci è il mestiere più antico del mondo.