Mettiamo l’Italia in catene

case in catene-terremoto

Una lettera aperta al premier Matteo Renzi, scritta dall’ex parlamentare e presidente Commissione ambiente e lavori pubblici della Camera Sauro Turroni, intervenuto nel dibattito sul patrimonio edilizio riaperto dopo il terremoto in centro Italia. Turroni suggerisce di “mettere in catene” i nostri centri storici a rischio per difenderli dai terremoti. Un investimento che potrebbe costare al massimo quattro miliardi e mezzo. In questo modo si può fermare per sempre l’industria delle catastrofi che dietro il paravento del costo troppo alto per gli interventi di prevenzione approfitta per mantenere le cose come stanno per lucrare nella ricostruzione, negli interventi emergenziali e in tutto ciò che consegue ogni evento calamitoso.

“Signor Presidente,
intendo manifestarle il mio apprezzamento per l’impegno che sta dimostrando in questa gravissima circostanza e con l’intento di collaborare e dare il mio contributo, sento il dovere di farle presente alcuni problemi insiti in talune decisioni riguardanti i temi dell’edilizia e della ricostruzione che dovrà prendere in breve tempo .
Lo faccio come cittadino, volontario in tanti terremoti, componente le squadre tecniche di valutazione della vulnerabilità degli edifici, come urbanista e pianificatore e come ex parlamentare, relatore di molti provvedimenti di ricostruzione post terremoto, componente la commissione del Belice, come politico che si è battuto contro la deregulation urbanistica ed edilizia e contro i condoni.
In queste ore convulse molte voci si stanno alzando chiedendo interventi per la prevenzione, senza essere poi in grado di suggerire soluzioni applicabili e concretamente capaci di coniugare i problemi delle risorse con la natura e le caratteristiche del patrimonio edilizio su cui si deve intervenire.
Le propongo di fermare per sempre l’industria delle catastrofi che dietro il paravento del costo troppo alto per gli interventi di prevenzione approfitta per mantenere le cose come stanno per lucrare nella ricostruzione, negli interventi emergenziali e in tutto ciò che consegue ogni evento calamitoso.
L’Italia è un paese fragile ed altrettanto fragile è il suo patrimonio edilizio, in gran parte tirato su alla meglio, dalla speculazione selvaggia degli anni del boom e dall’abusivismo. Negli anni, purtroppo progressivamente, in nome della semplificazione e della accelerazione delle procedure, è stato di fatto eliminato ogni controllo o verifica e gli interventi sono stati effettuati spessissimo senza tenere in alcun conto la scienza e l’arte del costruire, da maestranze improvvisate e da tecnici con pochi scrupoli.
Da oltre 25 anni, con costanza, ho richiamato l’attenzione dei Governi a pratiche efficaci ed economicamente sostenibili in grado di garantire la sicurezza senza perdere le caratteristiche e la qualità architettoniche o storiche degli abitati da rendere sicuri e nello stesso tempo ai vantaggi in termine di occupazione che gli interventi proposti sono in grado di fornire. A cominciare dalle attività di valutazione della sismogeniticità dei territori e della individuazione delle zone omogenee di rischio e da un rilevamento generalizzato del rischio connesso alle condizioni degli edifici.
Mettiamo l’Italia in catene” è il titolo di una relazione ad un convegno sulla occupazione che svolsi giusto 25 anni fa e intendo riproporlo anche oggi.
Molti in queste ore ripetono che si dovrà effettuare il consolidamento antisismico degli edifici; è una affermazione solo parzialmente giusta, le risorse necessarie sono troppo grandi per rendere antisisismica l’Italia, è sufficiente come dicevo anzi, “metterla in catene”, intervenendo con opere leggere, le catene appunto, che aumentino la capacità delle strutture edilizie di resistere ai sisma, magari subendo dei danni nei casi più gravi, ma evitando i lutti che ora colpiscono così drammaticamenteil Paese.
Il proposito annunciato recentemente di far ripartire l’economia favorendo gli interventi edilizi può trovare in questo obiettivo l’occasione migliore per ottenere risultati apprezzabili.
A lei, Presidente, molti riconoscono coraggio e capacità di intervento al di fuori degli schemi consolidati: ebbene colga questa indicazione, promuova concretamente la prevenzione, individuandola come un grande investimento anche in lavoro e occupazione, la indirizzi almeno nei confronti di tutto il patrimonio edilizio costruito prima del 1945, mettendo così al sicuro la ricchezza più importante del nostro Paese, la sua identità culturale e la sua memoria storica.
Tenga conto che per gli interventi che suggerisco l’incidenza del costo del lavoro sul totale del costo dell’investimento è molto alta, pari almeno al 43% .
Il patrimonio edilizio costruito prima del ’45 è stimato in 513 milioni di metri cubi, il costo medio per il tipo di intervento proposto può essere valutato in 800mila Euro /100.000 mc di edificato esistente. Si tratterebbe di un investimento globale di 4 – 4,5 miliardi di Euro, certamente strategico e alla portata di un grande Paese come il nostro.
Si dovrebbe adottare un livello di intervento semplice, ma in grado di conservare l’edificio e di garantire la sicurezza degli abitanti e soprattutto di poco costo, a bassissimo consumo di materiali ed energetico e con ridotti impieghi di tecnologie, riducendo sensibilmente la vulnerabilità degli edifici.
Infine, Presidente, la prego di tenere in maggior conto, nelle riforme che ha in mente riguardanti la semplificazione in materia di costruzioni, che essa non può prescindere da attente e rigorose valutazioni riguardanti i luoghi e le condizioni degli edifici, la loro esposizione ai rischi sismico, geologico, idrogeologico ecc, le modalità con cui sono avvenuti le progettazioni, le autorizzazioni e i controlli, la vulnerabilità di ciascuna costruzione, la sua capacità di essere ampliata o trasformata in sicurezza. Non farlo si scontrerebbe con le drammatiche evidenze di queste ore.
Gli edifici devono essere progettati, autorizzati, realizzati e controllati con rigore. Abbiamo già pagato e sacrificato troppo alla deregulation e al pessimo modo in cui si è edificato in Italia.
Le raccomando un’ultima cosa signor Presidente: i paesi crollati sono luoghi identitari, rappresentano vicende, lavoro, cultura e storia di popolazioni che hanno ora più che mai l’esigenza di ricostruire ciò che hanno perduto . Non consenta che con il lodevole intento di dare velocemente risposte alle persone colpite si cancelli il loro passato e i luoghi dove hanno vissuto. Faccia ogni sforzo per conservare i paesi e le città così pesantemente colpite, ricostruendo ogni edificio. Gli elementi di conoscenza e le capacità tecniche ci sono, si tratta di metterle in azione senza perdere tempo, recuperando allo Stato quel ruolo di guida e comando che lasciato a Regioni e realtà locali non ha saputo dare i risultati attesi.
Signor Presidente, le dico francamente di non condividere molte delle sue azioni politiche, ma “my country, right or wrong “ è il principio che ha sempre guidato la mia azione e perciò con lealtà le offro queste mie considerazioni nella speranza che possano esserle utili per le decisioni che dovrà assumere nelle prossime ore e giorni”. Sauro Turroni


Commenti

  1. […] fatto nulla di significativo sul piano della prevenzione e dell’adeguamento. Buone idee come “mettere in catene” i nostri centri storici a rischio per difenderli dai terremoti, non sono state manco prese in considerazione. […]