Erdogan ora è pronto a tutto

Erdogan-purghe

L’analisi di Antonio Ferrari, giornalista del Corriere della Sera, esperto di politica estera. L’unico che già venerdì sera in diretta tv ribadiva che quanto stava accadendo in Turchia non avrebbe portato alla caduta del presidente Erdogan: “Ho conosciuto la Turchia trentasei anni fa, e vi sono tornato regolarmente. Ho intervistato tutti i leader politici, compreso il carismatico Recep Tayyip Erdogan, con il quale una volta ho litigato. Tanta frequentazione mi ha consentito di tessere importanti rapporti personali. Insomma, ho fonti credibili e preziosissime. Anche venerdì sera, per telefono, mi hanno messo in guardia”.

Quel che vediamo in Turchia è inquietante. Dopo il golpe inventato probabilmente dai circoli vicini al presidente-sultano, come ormai spiegano le evidenze non inquinate dal pregiudizio ideologico, è cominciata una campagna persecutoria del regime contro tutti gli oppositori di Recep Tayyip Erdogan. È come se l’incendio avesse costretto gli avversari a uscire allo scoperto. Erdogan è un duro, con livelli di cinismo e di ferocia inimmaginabili. Ora che ha in pugno il Paese è pronto ad osare quello che qualche settimana fa avrebbe esitato a compiere. Sarà pronto persino a mostrarsi tollerante con i nemici.

Il ripristino della pena di morte forse è solo una minaccia, e con la stampa e i social si potrebbe persino immaginare una tregua fredda. Il sultano è capace di tutto. Tuttavia per ora la scure repressiva è spietata: arresti di massa, trasferimenti, licenziamenti, ferie abolite, ci mancano solo i campi di rieducazione.

Che cosa fa l’Unione Europea? Come ci comporteremo con il dittatore? La realpolitik della cancelliera tedesca Angela Merkel si era manifestata con la generosa offerta di riprendere in fretta le trattative per l’ingresso di Ankara nella Ue per risolvere il problema-migranti. Ho però un’impressione: non soltanto l’Europa è restia a riaprire il dossier, ma neppure i turchi lo desiderano ardentemente, come invece accadeva anni fa. Con la Turchia, è bene confessarlo, la Ue ha giocato sporco, alzando l’asticella delle condizioni a gara in corso. Scorretta e offensiva, per un Paese orgoglioso e soprattutto nazionalista. Un Paese che, a un certo punto, si è avvitato su se stesso, orgogliosamente: «Se non ci volete, percorreremo altre strade». La nomina di Ahmet Davutoglu a ministro degli esteri e poi a capo del governo, dopo il sacrificio dell’europeista Egemen Bagis (coinvolto in scandali finanziari, chissà quanto veri o presunti) ha segnato la svolta: da zero problemi con tutti i vicini al poco allettante traguardo di problemi con tutti i vicini.

Erdogan, amico di Assad, Mubarak e Gheddafi, diventa nemico mortale di Assad, amico di Morsi e nemico di Al Sisi, complice degli estremisti che impedivano una recuperata stabilità alla Libia. Qualche settimana fa, svolta di 180 gradi: via Davutoglu, nomina a primo ministro del fedele Yildirim e cambio radicale in politica estera: pace con Israele e soprattutto con la Russia di Putin dopo l’abbattimento del caccia di Mosca; mano tesa al regime siriano (quindi ad Assad); e infine conferma del legame con gli Usa e con la Nato, impegnandosi a lottare contro il terrorismo, quindi anche contro l’Isis e Al Nusra, gruppi terroristi che la Turchia armava e con cui faceva affari (petrolio di contrabbando).

Ankara si ritrova con un presidente più forte, con un’immagine più debole, ma pronta a riprendere il ruolo che il megalomane presidente aveva sminuito. E l’Unione Europea? La concatenazione degli eventi rivela un ampio disegno geostrategico che la Ue, per adesso, può solo osservare. Certo, Bruxelles non può tollerare che un Paese, formalmente ancora candidato al club, continui ed accentui la politica repressiva, minacciando il ripristino della pena di morte, cancellata al processo contro quello che la Turchia riteneva il più pericoloso terrorista al mondo, il capo del Pkk Abdullah Ocalan, che sconta l’ergastolo.

L’unico dossier che impone prudenza è sempre quello degli immigrati. Se la situazione in Siria si componesse, almeno parzialmente come gli ultimi mesi hanno dimostrato, la generosità europea con la Turchia, sostenuta per ragioni interne dalla Merkel, si attenuerebbe. Come ha detto il sottosegretario italiano Mario Giro, dei sei miliardi promessi, finora sono stati versati poco meno di 400 milioni di euro.

Certo, l’Ue non può accettare che la repressione in Turchia si intensifichi. Deve alzare una voce alta e forte, esattamente come hanno fatto gli Stati Uniti e persino il più grande partito dell’opposizione turca, il Repubblicano del popolo, cioè i laici che si richiamano a Kemal Ataturk, che ne fu il fondatore. La notte di venerdì i primi e i secondi hanno dichiarato subito d’essere con il governo democraticamente eletto dal popolo. Gli Usa per calcolo geostrategico (meglio Erdogan che avventure al buio), il partito turco di opposizione perché forse aveva odorato i subdoli piani del sultano. Dall’Europa, invece, silenzio. Fino alla positiva soluzione della crisi, quando tutto è diventato più facile.