Ridurre il divario tra gli stipendi

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In Italia il divario tra gli stipendi e le pensioni minime e massime arriva al rapporto di 1 a 250. Un divario del genere non è cristiano, non è marxiano e non è umano.

“È passata inosservata una notizia importante, lanciata dal cuore del Veneto, Padova. Risale a sabato scorso. Ci è stata richiamata alla memoria domenica, quando un’altra notizia, anch’essa importante, è giunta dalla Francia. Rievochiamole e parliamone.

Il direttore generale della Banca Etica di Padova ha informato che il suo stipendio, il più alto nell’azienda, è di 4,6 volte superiore allo stipendio più basso: “Per statuto – ha spiegato -, non può superare di sei volte lo stipendio minimo”. Dunque l’azienda ha stabilito che tra il peggio pagato e il meglio pagato il divario deve stare nel rapporto da 1 a 6. Platone aveva la stessa idea: nel libro La Repubblica propone il rapporto da 1 a 5.

Il giorno dopo dalla Francia quaranta intellettuali (tra i quali l’economista Thomas Picketty, la sindaca di Parigi Anne Hidalgo, l’intellettuale Daniel Cohn-Bendit) denunciavano la pratica delle super-aziende di applicare un rapporto enormemente superiore, e cioè di 1 a 240. E chiedevano al governo di metterci un alt, stabilendo per legge che gli stipendi più alti non possano superare di oltre 100 volte gli stipendi più bassi: il rapporto di 1 a 240 diventerebbe di 1 a 100. Con un taglio di oltre la metà. Quel che è sorprendente, nella notizia francese, è che la lettera con la petizione, partita con 40 firme, in un giorno ne ha raccolte 10mila. E il primo ministro Manuel Valls ha dichiarato: “La penso allo stesso modo, sono convinto che questa sia la strada che dovremo imboccare”.

Se quella petizione francese fosse lanciata in Italia, raccoglierebbe anche qui una marea di adesioni, e sarebbe un gran bene. Ma ci lascerebbe comunque un rammarico: il rapporto di 1 a 100 è ancora troppo alto. L’Italia è in crisi, la Francia pure. Bisogna uscirne. Ma, o si esce tutti insieme o non si esce. E per uscire tutti insieme bisogna eliminare le disuguaglianze mostruose, come quella che, dicono i francesi, nelle loro aziende prevedono stipendi annuali da 5.000 euro in basso e da 1 milione e 200mila in alto. Chi sta in basso, non ha da mangiare. Chi sta in alto, compra ville e barche. Che interesse ha, chi sta in basso, a lavorare perché un sistema del genere continui?

Se il primo ministro francese dice che prima o poi bisognerà passare al rapporto di 1 a 100, vuol dire due cose: che si può farlo e che è giusto farlo. Non retroattivamente, questo non si può, ma d’ora in avanti. Non è che da noi le cose siano molto diverse. Né per gli stipendi, né per le pensioni. Però, se si deve reimpostare la piramide retributiva, se in basso i francesi hanno adesso salari minimi da 460 euro, col rapporto da 1 a 100 in alto verrebbero ad avere stipendi da 46.000 euro mensili: in tempo di crisi, e per uscire dalla crisi, non è la cifra adatta.

Il rapporto fissato dalla Banca Etica, di 1 a 6, ricalcando il modello pensato da Platone, resta comunque inferiore al rapporto stabilito dalla Olivetti, quando la Olivetti nasceva: alla Olivetti il rapporto era di 1 a 10. Ho lanciato la discussione su Facebook, e qualcuno mi ha risposto: però così l’azienda muore, perché i manager migliori se ne vanno.

L’esperienza della Olivetti dimostra il contrario: la Olivetti è cresciuta fino a diventare una delle migliori aziende al mondo, arrivando ad inventare una calcolatrice che era l’antesignana del computer. L’aveva chiamata Divisumma.

Siamo in crisi, e, come dice il Manzoni, la crisi aguzza il cervello: qualcosa dovremo pensare anche noi italiani. Se la petizione francese girasse anche qui, io la firmerei, ma a malincuore. Preferirei il modello Olivetti, 1 a 10. O, meglio, ancora, il modello della Banca Etica: 1 a 6. Se in un’azienda uno guadagna un sesto dell’altro, sta male, ma è pur sempre un uomo. Se invece guadagna un duecentoquarantesimo, non è più un uomo, ma un subumano. Un’azienda non può andar bene, se una parte dei suoi lavoratori son trattati come subumani”. Ferdinando Camon