“Giù le mani!” da Salvini

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“Corso a Rozzano a difendere il presepe, con la capannuccia della sacra famiglia in mano e indomito accorruomo delle tradizioni, Matteo Salvini ha tuonato come suo solito da un marciapiede irto di microfoni e telecamere: “Giù le mani dal presepe”. Agenzie e giornali riportano con dovizia di particolari la scena degna di un quadro di Hieronymus Bosh, compresa la signora col bambinello in mano che grida a quell’altra: “Zitta tu che sei straniera”, e quella di rimando: “Ma io sono siciliana!”. Meraviglia.

Naturalmente il linciaggio bipartisan del professor Marco Parma, preside laico assurto per un paio di giorni a nuovo terrorista antipresepe (che non si è mai sognato di vietare, tra l’altro) ha dato la stura al peggio, che come si sa è sempre in agguato. Ma lasciamo da parte per una volta tutto il divertissement: Renzi che bacchetta anche lui il preside, gli intellettuali di sinistra che cantano nel coro, la signora Gelmini che intona “Tu scendi dalle stelle” per lottare da leonessa qual è contro il relativismo. Tutto bello e divertente.

Ma concentriamoci su Salvini: a volte è anche studiando creature più sfortunate che si capisce il mondo. E dunque: “Giù le mani dal presepe”. Va bene, ben trovata. E’ la modalità salvinica dominante, quella che parte di default quando si avvia il programma preinstallato. Quel “giù le mani”, Salvini se lo dovrebbe scrivere sulle felpe, tanto lo usa di frequente. Sono passate appena un paio di settimane quando correva in aiuto del sindaco di Padova Bitonci, eroico, a suo vedere, di opporsi a una teoria che non esiste, quella del gender. E allora (11 novembre) Salvini tuonava: “Giù le mani dai bambini”. E ci mancherebbe.

Qualche giorno prima (era il 20 ottobre), difendendo il pensionato che ha ucciso un ladro a pistolettate, in quel di Vaprio D’Adda, Salvini scendeva in campo senza se e senza ma, tuonando questa volta: “Giù le mani da chi si difende”. Mentre in maggio, affacciandosi al balcone (uh, che brivido!) del ministero dell’Economia temporaneamente occupato, Salvini gridava in favore di telecamera: “Giù le mani dalle pensioni”. In marzo, per contestare un centro di accoglienza per migranti, erano i suoi tifosi a confezionare striscioni e coniare slogan: “Giù le mani da Taranto”, e “Giù le mani dalla Puglia”. Mese pieno, quel marzo, perché Salvini mise agli atti anche uno strabiliante: “Giù le mani da Banca Etruria”. E poi, andando indietro nell’archivio, si trova un salvinissimo “Giù le mani dal Tar di Catania” (luglio 2014), un meraviglioso: “Politici e giornalisti, giù le mani dalla Lega e dal Piemonte” (gennaio), e potremmo continuare ad libitum: il gioco di Salvini che alza il dito ammonitore e dice “Giù le mani” da qualcosa è praticamente infinito.

La popolazione civile sembra ormai abituata. Massaie con la sporta della spesa, elettrauti, passanti generici, panettieri, studenti in gita e disoccupati a passeggio si aspettano ormai di incontrare ovunque un mesto corteo di troupe televisive con al centro Salvini che dice “Giù le mani”. Che questa modalità comunicativa abbia successo è tutto da vedere. “Giù le mani”, infatti, è un’intimazione difensiva, che punta a difendere le cose come stanno, a lasciarle lì come sono e anzi ammonisce chiunque anche soltanto a sfiorarle (giù le mani!). Volessero allargare la clientela, le grandi società di scommesse on-line dovrebbero dare le quote per le prossime uscite di Salvini. Giù le mani dall’inquinamento globale? Giù le mani dalla polenta taragna, radice culturale del bergamasco? Giù le mani dallo scatto alla risposta per le compagnie telefoniche? Insomma, passa Salvini, la gente si accalca, i curiosi sbirciano, qualcuno chiede: “E’ lui? Davvero? Ha già detto ‘giù le mani’?”. Alessandro Robecchi