“Caro Babbo Natale”, la lettera di un infermiere

Babbo Natale-ospedale

“Caro Babbo Natale,
quest’anno non ti chiederò di farmi trovare sotto l’albero, un aggiornamento del mio contratto di lavoro, ne’ un qualsivoglia piccolo aumento. Anche se sembra davvero il momento giusto, dopo sei anni di blocco dello stipendio, posso ancora permettermi di portare pazienza. Sono giovane e amo il mio lavoro.
Caro Babbo, non ti chiederò di lasciarmi a casa nei giorni festivi che verranno, anche se ormai sono dodici domeniche di fila che garantisco la mia presenza in ospedale e un week end per stare con i miei figli non mi dispiacerebbe. E non ti chiederò di poter festeggiare l’ultimo dell’anno con gli amici, fuori dall’ospedale per la prima volta dopo otto anni di lavoro. Se ne ho lavorati otto, che differenza fanno nove ? Ah, Non preoccuparti nemmeno di togliermi dalla paga le ore di lavoro straordinario, l’ho fatto volentieri , non mi servono quei soldi in più. Millequattrocento euro al mese mi bastano per mangiare in cinque. Per le bollette e tutto il resto ci penseremo più avanti, magari con equitalia.
Se poi decidi che vorrai demansionarmi, non occorre che mi regali l’avviso preventivo. Sono abituato alle tristi sorprese.
Insomma caro Babbo, quest’anno vorrei proprio dei regali speciali, non da scartare, non materiali.
Ecco cosa ti chiedo:
Vorrei poter conoscere a memoria tutti i pazienti ricoverati nel mio reparto chiamandoli per nome, dopo averli letti sulla lavagna una sola volta. Perchè non c’è mai tempo per i nomi. Si fa prima ad imparare un numero.
Vorrei avere per loro il tempo di offrire una camomilla calda tutte le sere e il tempo per rimboccare ad ognuno le coperte, augurando una buonanotte ovattata e profonda.
Vorrei avere il tempo di chiedere loro come va, senza necessariamente mostrarmi in fuga con i secondi contati.
Vorrei potermi sedere in una poltrona accanto al loro letto per conoscerli meglio. Ma non con il tempo calcolato.
Caro Babbo Natale, quest’anno vorrei anche chiederti di dare la possibilità ai malati che assisto, di poter sorridere almeno per un’ora durante la mia assistenza, dandomi il tempo per qualche battuta, tra minuti che sembrano incastrati in una clessidra.
Vorrei avere sempre “il ritmo giusto”. So che il ritmo richiede ripartizione e soste ma mai fermate. Mi sorprendo di avere voglia di questa musica ritmica vitale. Ma la vitalità è una qualità puramente psichica, e al giorno d’oggi, è difficile trovarla in chi lavora a ritmo serrato e a testa solo bassa.
Vorrei che le depressioni pessimistiche di chi mi circonda fossero considerate come pause creative, nelle quali si ritemprano le forze. E che invidie e malumori lasciassero lo spazio a collaborazione e sostegno.
Vorrei insomma, disintegrare quell’aria impiegatizia di quanti, con la faccia arguta da operai e la bramosia del “fare”, vivono l’incedere delle loro giornate tutte uguali, tra una timbratura del cartellino e l’altra.
Si , ti chiedo solo attimi di felicità tra vuoti tremendi in cui le azioni veramente importanti vengono risucchiate da doveri asettici e formali.
Babbo…So che la felicità è cara ai giorni nostri ma, si sa, un infermiere felice è un infermiere che saprà dare molto di più ai suoi pazienti.
E se poi concordi con me, un infermiere che sa dare molto ai suoi pazienti, merita di essere riconosciuto, anche e soprattutto, con “del tempo”, con “un’ecologia della mente” e perchè no, anche economicamente.
Poi vedi tu.
Grazie”. Fanni Guidolin