Il TTIP, questo sconosciuto

TTIP

Il TTIP (Partenariato Transatlantico sul Commercio e gli Investimenti – Transatlantic Trade and Investment Partnership) tra USA e UE per un mercato comune sul commercio e gli investimenti è ormai in fase conclusiva e sarà sottoposto nei prossimi mesi all’approvazione dei 28 paesi membri dell’UE. I contenuti di questo accordo non sono noti all’opinione pubblica perchè, secondo la tradizione “democratica” dell’Occidente, le cose serie si discutono in famiglia e solo dopo aver deciso sono sottoposte all’attenzione dei cittadini che, ovviamente, devono approvarle se non vogliono passare per guastafeste e irriducibili ignoranti sul modo come funziona oggi l’economia mondiale. Arriva dopo circa sette anni di elaborazione e trattative per recuperare il filo spezzato nel 1998 dall’opposizione popolare al progetto dell’Organizzazione Mondiale del Commercio, e negoziato in segreto in  seno all’OCSE, conosciuto come AMI (Accordo Multilaterale sugli Investimenti), che fu effettivamente bocciato grazie al governo francese di Lionel Jospin.

Il TTIP è la terza gamba del tavolo della Globalizzazione, cioè del nuovo potere affermatosi dagli anni Settanta, insieme a quella della finanza e dell’industria militare. Il progetto viene presentato come una grande iniziativa di liberalizzazione e apertura dei mercati che introduce nella vasta area transatlantica regole comuni, uguali standard e controllo di qualità, e forme più omogenee di prezzi di mercato. Quindi nessuno può esserne scontento. Teoricamente il piccolo produttore di angoli sperduti d’Europa può avere accesso a altri grandi mercati senza impedimenti burocratici o aggravi doganali. Ma è proprio cosi? Per rispondere a questa domanda non è necessario porsi ipotesi o scenari astratti ma guardare alle esperienze pregresse. Le imprese e gli italiani hanno conosciuto due grandi esperienze di apertura dei mercati.

La prima fu quella della creazione del mercato unico nazionale. Il risultato fu l’estensione delle grandi imprese del nord a tutto il territorio nazionale, con l’aggravarsi degli squilibri economici e sociali regionali. Quella che doveva essere una misura che secondo le promesse avrebbe consentito a tutti i piccoli produttori maggiori possibilità di crescita e interscambio a vantaggio dei cittadini si trasformò invece nell’obbligo di fondersi in unità produttive più grandi; il che nel linguaggio della realtà ha significato lasciarsi assorbire dalle imprese più forti oppure perire. Quello che difatto avvenne fu il bisogno di creare grandi imprese nazionali in diversi settori, per evitare la scomparsa di settori produttivi strategici. La libertà di scelta dei consumatori ci fu per i ceti medi e con redditi protetti o più elevati, mentre il resto continuò per sopravvivere ad approvviggiornarsi sui mercati locali e l’autoconsumo. Il disegno dell’industria piemontese e di altre zone “forti” del paese di mettere le mani sul resto dell’economia italiana ebbe successo.

La seconda esperienza è stata quella del mercato unico europeo. Stesse promesse e stessi risutati. In pochi decenni si ebbe la scomparsa dell’industria nazionale italiana e di altri paesi dell’Europa del sud, politiche agricole e di mercato miranti a desertificare i sistemi produttivi del sud a vantaggio di quelli del nord.  All’indubbio interesse dei monopoli italiani e europei a espropriare i mercati si aggiunsero le strategie della Guerra fredda: a muovere le scelte economiche non furono certo criteri di domanda e offerta o di produttività delle aziende, ma la scelta imposta ai governi dagli Stati Uniti di spostare il centro della produzione e della ricerca europea da sud a nord, lungo il “muro” divisorio dell’Europa. Fu così che la Germania e i paesi nordici divennero la vetrina dell’Occidente verso l’Oriente per dimostrare la superiorità economica e militare dei sistemi di “mercato” rispetto a quelli “pianificati”. I risultati sono noti a tutti. Politiche e risutati che non hanno niente di “liberale” e di “comune”.

Oggi le mire di espansione e esproprio dei grandi gruppi economici statunitensi e europei si estendono su scala intercontinentale e mondiale, soprattutto per contrastare il rischio che alcuni stati nazionali, o gruppi di stati, si diano forme di organizzazione economica autonome dai loro interessi. A queste si aggiunge il “limite delle risorse”, sul quale i paesi e i gruppi economici più forti vogliono avere un potere decisionale a proprio vantaggio, il che significa un potere di vita e di morte su paesi e aree produttive. A questo scopo è nata la Globalizzazione, un sistema di apartheid globale a favore di alcune aree forti dell’Occidente. Il TTIP è uno degli strumenti di questa nuova “governance” mondiale.

I settori più esposti sono gli armamenti, la finanza e l’agricoltura. Nel sistema della Globalizzazione gli armamenti sono la stella polare che orienta tutto il resto in funzione delle scelte strategiche di dominio economico mondiale di quel nucleo di potere definito la “Triade”. Il potere di questo settore sul resto dell’economia è indiscusso, sia per i giganteschi profitti che consente sia perchè è diventato un settore di investimenti anche pubblici senza limiti sui quali non si può più porre alcun punto interrogativo. Dall’essere fino agli anni Settanta il settore sul quale si sono realizzate le più ampie mobilitazioni popolari di contrasto è oggi, come la Guerra, un fenomeno obiettivo al quale tutti si inchinano senza se e senza ma. Un potere economico che orienta in modo decisivo la ricerca scientifica e quindi con effetti collaterali sconvolgenti sul resto della società.

Il ruolo e il potere della finanza sulle forme di organizzazione dell’economia e di distribuzione della ricchezza è anch’esso indiscusso e venerato, e il suo centro di potere decide dell’economia e della politica degli stati. Oltre agli effetti devastanti sui sistemi produttivi ha sul piano etico e culturale legittimato l’esproprio e il furto come attività nobili dell’economia alle quali ci si deve inchinare. Chi tenta di oppori, come nel caso greco, viene collocato nella categoria degli illusi e irresponsabili.

L’agricoltura, agli inizi devastata dai processi di industrializzazione e di integrazione europea, viene oggi riscoperta dagli Stati e dalle grandi Fondazioni e imprese (Bill Gate e Monsanto) con due obiettivi principali. Il primo è quello di omologarla a forme “industriali” di produzione con i dettati della ricerca scientifica per servire sempre più e meglio i mercati ricchi dell’apartheid. Lo sviluppo mondiale promosso dalla Globalizzazione vede la crescita esponenziale delle grandi città nelle quali si raccoglie la parte ricca del pianeta (1 miliardo di individui), con forme di consumo omologate, e la marginalizzazione progressiva del resto del pianeta (8 miliardi di persone) spinta verso forme di sopravvivenza e di autoconsumo. La guerra a cui si è dato inizio è quella dei terreni coltivabili da utilizzare in modo intensivo e su tecniche avanzate di coltivazione (OGM, ecc.) per soddisfare i bisogni delle metropoli della Globalizzazione.  Di qui l’affermarsi rescente di attività di “sviluppo” dell’agricoltura promosse dalle grandi Fondazioni statunitensi e anche da parte di numerose NGO che puntano a promuovere lo sviluppo locale dell’agricoltura non a scopo di soddisfazione del consumo locale ma di esportazione verso i consumi ricchi. In questo quadro la carta vincente è ovviamente quella della diffusione delle culture OGM, che determinano la totale sottomissione dei mercati locali ai voleri del mercato globale, ora e per sempre.

Lo scontro in atto è tra i paesi dell’Asia e America Latina – che difendono la propria sovranità nelle politiche e economiche per garantirsi la sovranità alimentare, il che comprende sia le forme di consumo che le forme di produzione – e il mondo ricco che con una rete di strumenti giuridici politicamente imposti vuole abbattere queste resistenze per poter fare senza ostacoli le proprie scorribande ovunque. Queste resistenze nei paesi europei trovano la propria camicia di forza nel sistema decisionale e delle politiche agricole dell’UE, che i vari governi hanno approvato e introdotto senza conoscere o mentendo sulle possibili conseguenze. Queste resistenze una volta erano espresse dalle grandi organizzazioni dell’agricoltura in difesa della propria produzione e consumo nazionale, infiltrate da lobby manovrate dai gruppi di potere internazionali. Le varie forme di resistenza sono oggi espresse da movimenti della società civile che mettono l’accento sulla produzione e il consumo locale, e su forme non commercializzate di consumo (slow food, ecc.) ma che fioriscono sull’illusione di poter modificare il trend dominante esistente evitando l’incontro e lo scontro con le politiche e i poteri dominanti. In casi singoli divengono nicchie interessanti di produzione e consumo, testimonianze ed elaborazioni che potrebbero fornire contributi importanti alla nascita di movimenti di massa per una agricoltura europea al servizio dei cittadini e rispettosa delle loro culure e tradizioni.

La politica del governo italiano, nel corso degli ultimi decenni, è appiattita sulle politiche europee dettate dai grandi gruppi e si rivela inutile sia a difendere gli interessi nazionali del settore sia a rafforzare le opposizioni che pur esistono a livello europeo. Lo dimostra la posizione assunta all’indomani delle ultime elezioni europee. L’Italia ha espresso un voto a favore del Partito democratico, l’unico che tra le socialdemocrazie europee ha avuto un forte sostegno popolare, che avrebbe potuto porsi in seno al parlamento europeo su posizioni di rinnovamento delle politiche agricole e ambientali. È avvenuto il contrario. Invece di allearsi con l’ampio schieramento di forze politiche critiche verso il potere e le burocrazie di Bruxelles il partito democratico è confluito nel blocco liberal-conservatore del parlamento europeo, frustando così ogni spinta al rinnovamento. Una irresponsabilità imperdonabile agli occhi degli europei e non cancellabile per i decenni a venire.

(Fonte banningpoverty)