A proposito degli scontrini e delle spese di rappresentanza

Maiali-uguali

Ciascun politico è obbligato ad applicare la normativa nazionale che impone a tutte le amministrazioni di rendere pubbliche le spese per le missioni dei titolari di cariche politiche, sia elettive che non. Ma le copie degli scontrini online non li mette nessuno. Capito? Colpa di Marino che invece li ha messi.

Parola di Debora Serracchiani: “Faccio l’amministratore e so quanta attenzione c’è da parte dei cittadini sul modo con il quale si spendono i loro soldi. Serve una rendicontazione puntuale anche in relazione a ciò che viene fatto. Ho una carta di credito, ma non la uso per pagare pranzi e cene. Fuori dal pagamento di qualche albergo, non mi faccio rimborsare nulla”.

Che la rendicontazione della Serracchiani sulle spese di missioni sia puntuale non è in dubbio: ogni tre mesi sul sito della Regione del Friuli Venezia Giulia. Ma la trasparenza dov’è visto che, pubblica solo le cifre pagate di tasca sua e poi rimborsate dalla Regione? E così fan tutti. Qualche esempio.

  • In poco più di sei mesi la Serracchiani ha speso 18.085,57 euro. Nel 2014 i costi sono saliti a ben 42.469,35 euro, mentre quest’anno, fino alla fine di settembre, sono arrivati a 24.202,02. Non è dato sapere però come questi soldi siano stati spesi.
  • Matteo Renzi in tre anni con la Visa della Provincia di Firenze, quando ne era presidente, ha speso 70 mila euro per le trasferte negli Stati Uniti. Mentre in ristoranti sfiora i 600 mila euro.
  • Il leghista Luca Zaia, presidente del Veneto: da quando è stato eletto, ha speso 6.219,49 euro nel 2013, mentre nel 2014 è salito a 18.132,96 e nei primi sei mesi del 2015 si è limitato a rimborsi per 1.528,98.
  • In Lombardia Roberto Maroni ha speso 22.542,17 euro dal 1° aprile 2013 fino alla fine dell’anno, mentre nel 2014 ha speso 21.247,78 euro e nel 2015, fino alla fine di luglio, si ferma a 10.536,42 euro.
  • In Piemonte Sergio Chiamparino, eletto nella primavera 2014, ha speso 20.195,92 euro per le 26 missioni realizzate in sette mesi (non si sa quanto abbia speso finora nel 2015).
  • Stefano Bonaccini, eletto meno di un anno fa presidente della giunta regionale dell’Emilia-Romagna, nei primi due trimestri del 2015 ha speso 21.141,78.
  • Giuliano Pisapia, sindaco di Milano, nel 2014 ha speso 18.867 euro. Per quest’anno è riportata la spesa complessiva fino al 31 agosto: 8.822 euro.
  • Dario Nardella, sindaco di Firenze: 4.609 euro nel 2014, mentre per il 2015 il dato è aggiornato fino a fine marzo, con 2.579 euro.
  • Piero Fassino, sindaco di Torino: nel 2014 i rimborsi arrivano a 7.780 euro. Nessun dato fornito per il 2015.
  • Filippo Nogarin, sindaco di Livorno, è uno dei pochissimi che pubblica rendiconti mensili con tutti i particolari. Sono registrate sia le spese anticipate dal sindaco che quelle addebitate sulla carta di credito del comune.
  • Federico Pizzarotti, sindaco di Parma riporta rendiconti mese per mese insieme a quelle degli assessori. Ma le singole voci di spesa non riportano né la destinazione, né lo scopo della trasferta.
  • Flavio Tosi, sindaco di Verona nel 2014 ha speso in missioni e rimborsi chilometrici 3.993 euro. Nessun dato per il 2015.
  • Luigi De Magistris, sindaco di Napoli. La sua rendicontazione è ferma ormai da un anno, visto che le ultime voci sono aggiornate al 30 settembre 2014: 6.222 euro per nove mesi.
  • Leoluca Orlando, sindaco di Palermo. Oscura la sua modalità di rendicontare. Ovvero non si capisce niente.

Marino è stato crocifisso e costretto a dimettersi per quattro scontrini da cento euro di media e che sono stati pubblicati con dettaglio ovunque. E gli altri sindaci e governatori italiani? Tirate fuori gli scontrini.

La maggior parte delle aziende private hanno da tempo stabilito regole e controlli interni per evitare abusi nella pratica delle spese di rappresentanza: limiti di spesa, elenco dei commensali in caso di pranzi di lavoro, controllo preventivo e successivo tramite approvazione del capo gerarchico. Nessuno è esentato da tali controlli, neppure l’amministratore delegato. Non si capisce perché tali procedure non possano essere rese obbligatorie anche in tutte le aziende pubbliche.