Quando l’informazione è un cocktail di satira, millantato credito e telefonate anonime

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Un libro che non solo si legge ma si ascolta: “Satira al telefono. Autointercettazioni su “Il Male” di Vauro e Vincino di Carlo Gubitosa”. Un ebook divertente e al tempo stesso amaro che traccia un ritratto dell’Italia commissariata dalla Troika, fatto di domande spiazzanti e surreali, arricchito dalle vignette di Vauro, Vincino, Flaviano Armentaro, Mauro Biani, Maurizio Boscarol, Makkox, Marco Pinna e tanti altri. Più di tre ore di autointercettazioni, registrazioni di telefonate dell’autore a partiti, istituzioni e corollari del potere e poi pubblicate su Il Male di Vauro e Vincino, dall’autunno 2011 alla primavera 2012.

In esclusiva, per l’Uomo qualunque, l’introduzione dell’ebook: una sentita riflessione sul rapporto tra satira e diritto all’informazione, che Gubitosa ha scritto all’indomani dell’attentato a Charlie Hebdo.

“Il Codice di deontologia relativo al trattamento dei dati personali nell’esercizio dell’attività giornalistica parla chiaro: Il giornalista che raccoglie notizie (…) rende note la propria identità, la propria professione e le finalità della raccolta. E deve farlo tutte le volte che nell’ambito dell’attività giornalistica e per gli scopi propri di tale attività intende attuare l’esercizio del diritto dovere di cronaca, la raccolta, la registrazione, la conservazione e la diffusione di notizie su eventi e vicende relativi a persone, organismi collettivi, istituzioni, costumi, ricerche scientifiche e movimenti di pensiero.

Ma allora perché tutti i contenuti di questo libro sono stati ottenuti registrando telefonate a insaputa dei miei interlocutori, millantando le identità, le professioni e le motivazioni più varie, e usando le reti telefoniche per infiltrarmi all’interno di sedi di partito, uffici della Banca d’Italia, compagnie ferroviarie, parrocchie, uffici SIAE, Università private, alberghi, ospedali, moschee, negozi di dischi usati, uffici Digos, procure, organizzazioni militanti di estrema destra, ministeri, redazioni di quotidiani nazionali e centri di ricerca?

Lo spiega lo stesso codice deontologico quando aggiunge che l’obbligo del giornalista di giocare a carte scoperte resta in vigore salvo che ciò comporti rischi per la sua incolumità o renda altrimenti impossibile l’esercizio della funzione informativa. Escludendo i rischi per la mia incolumità, resta da chiedersi se c’erano altri modi per raccogliere le stesse informazioni con strumenti diversi dalle telefonate sotto mentite spoglie.

Per quanto mi riguarda non saprei dare una risposta in generale, ma non avendo accesso ai salotti buoni della politica e del giornalismo so per certo che per me sarebbe stato impossibile rivelare all’opinione pubblica con mezzi diversi dalle autointercettazioni che i leghisti bolognesi non sanno se si trovano in Padania o fuori dai suoi confini, che neppure al ministero delle Finanze sanno cosa è lo spread, che a Taranto le primarie del centrosinistra per le amministrative non si sono fatte perché Vendola non le ha volute, che il PDL lascia numeri telefonici fasulli sui propri siti web, che nelle parrocchie di Torino devastare montagne è un peccato veniale, che alla Digos di Pavia pensano che i colleghi di Milano abbiano fatto vilipendio della bandiera sequestrando un tricolore durante una manifestazione leghista, che dopo le dimissioni di Berlusconi nella sede centrale del PD erano ben contenti di non essere andati al voto per salire sul carro di Monti, che in caso di dubbi in materia di copyright la SIAE consiglia di spazzare via tutto il contenuto del computer dei propri figli, che già molti mesi prima delle elezioni l’alleanza PD-PDL era un’ipotesi possibile e tante altre cose che nessuno avrebbe mai rivelato ad un giornalista sapendo che sarebbero state pubblicate.

E quindi fino a prova contraria le dichiarazioni che vi apprestate a leggere e ad ascoltare, con la registrazione integrale delle relative telefonate, sono state ottenute nel pieno rispetto della deontologia professionale del giornalismo proprio perché nascono da uno stato di necessità che ha guidato la raccolta in forma non ortodossa di informazioni di pubblico interesse che non avrei potuto ottenere altrimenti su partiti, ministeri e altre varie organizzazioni.

Ciò nonostante, il diritto collettivo all’informazione non può comunque negare il diritto individuale alla privacy di chi è finito autointercettato suo malgrado. Per questo motivo ho accuratamente rimosso dai testi e dalle registrazioni tutti i dati personali e i numeri di cellulare che non avrebbero fornito nessuna informazione di pubblica utilità, pur assumendomi la responsabilità di rendere pubblici i racconti dei personaggi di seconda fila che mi hanno svelato al telefono quello che i loro capi, rappresentanti e portavoce ufficiali non avrebbero mai voluto e potuto raccontarmi.

La forza di questo genere giornalistico chiamato inside story (dove il giornalista si spaccia per qualcun altro, mimetizzandosi e confondendosi in un ambiente come se ne fosse parte integrante) ha in Italia dei precedenti molto più autorevoli di quelli tracciati con questa raccolta di autointercettazioni, pubblicata su Il Male di Vauro e Vincino dall’autunno 2011 alla primavera 2012.

Basta ricordare il protagonista indiscusso di questo genere, Fabrizio Gatti, che in Italia ha portato le inside story ai massimi livelli del giornalismo impersonando immigrati sopravvissuti a un naufragio, raccoglitori di pomodori o personale ospedaliero. Oppure i numerosi episodi di informazioni raccolte dai giornalisti di Report off the record, con telecamere nascoste o presentandosi come utenti di servizi pubblici.

(…) ringrazio Mauro Biani, che oltre ad avermi regalato alcune splendide vignette per questo libro mi ha incoraggiato a muovere i primi passi nel meraviglioso mondo della satira applicata all’informazione. Assieme a Mauro ho scoperto che il linguaggio satirico è uno strumento magnifico a disposizione di tutti i reporter che vogliono rimestare nel torbido del potere, ma non hanno abbastanza soldi per affrontare le inevitabili spese legali che accompagnano ogni serio esercizio della professione giornalistica. Ma per fortuna c’è la satira, che ci permette di denudare anche gli imperatori quando i vestiti del loro potere sono fatti di nulla. Ed è per questo che su Mamma!, la rivista di giornalismo a fumetti fondata assieme a Mauro, abbiamo scelto come slogan: se ci leggi è giornalismo, se ci quereli è satira.

Al termine della lunga gestazione multimediale di questo e-book farcito di registrazioni audio, il 7 gennaio 2015 la follia omicida ha colpito la redazione satirica di Charlie Hebdo, una delle piu autorevoli e longeve riviste satiriche europee, che cercano di resistere al sonno della ragione e alla crisi editoriale. Persone convinte che uccidere e morire sia la cosa piu intelligente da fare per dare un senso all’esistenza hanno buttato via la propria vita e quella di altre 12 persone: tra questi il direttore Stéphane Charb Charbonnier, i disegnatori Cabu, Tignous, Honoré e l’indimenticabile Georges Wolinski, conosciuto quando ero ancora un alunno delle elementari e iniziavo a sfogliare di nascosto la collezione delle annate di Linus raccolte da mia madre, che mi ha nutrito di satira e fumetti ancora prima di nutrirmi col suo latte. Assieme a loro sono stati uccisi la guardia del corpo di Charb, Franck Brinsolaro, l’editor Mustapha Ourrad, Michel Renaud, fondatore del festival Rendez-vous du carnet de voyage, invitato come ospite esterno dalla redazione, e l’addetto alla manutenzione dell’edificio Frédéric Boisseau.

La sensazione provata dopo questi attentati è stata quella di perdere qualcuno di famiglia, perché chi usa le parole e le vignette contro il potere si sente parte di una grande fraternità internazionale. E al lutto si è aggiunto lo sgomento di fronte ai molteplici atti di sciacallaggio della memoria di chi ha voluto combattere con l’umanità dell’arte grafica e del racconto satirico la disumanità dei fondamentalismi, dei razzismi, del totalitarismo e dell’ignoranza.

Dopo la strage di Parigi, sono stati tanti gli sciacalli della memoria accomunati dallo slogan Je suis Charlie per piangere lacrime di coccodrillo sul cadavere di liberi pensatori: tra loro includo i capi di stato e di partito che dispongono della vita di altri popoli per mezzo degli eserciti al loro comando, e nella loro prassi quotidiana hanno imbavagliato da sempre a colpi di denunce e querele qualsiasi forma di dissenso e di libera espressione, satira inclusa.

Nel branco degli sciacalli di Charlie Hebdo includo anche i fascioleghisti islamofobi, i neocrociati infoiati dallo scontro di civiltà, i guerrafondai che hanno applaudito il Giuliano Ferrara di turno pronto a invocare l’intervento di una “potenza militare superiore”, con l’unico effetto di dimostrare quella quella superiore impotenza culturale che spinge a cercare una disumanità più forte come risposta ad un atto disumano.

La lista dei coccodrilli in lacrime include a pieno titolo anche i benpensanti della grande informazione nostrana, che si è prodigata nel qualificare come giornalisti, baluardi della libertà di espressione e difensori del pensiero laico dai fondamentalismi religiosi quelli che fino a ieri bollava come oltraggiosi, blasfemi e diffamatori, quando le raffiche di pernacchie satiriche erano dirette verso un altro tipo di potere religioso.

Potenti, generali, fascisti, razzisti, ipocriti, sepolcri imbiancati e guerrafondai si sono scoperti improvvisamente amici di quella satira, di quella libertà di pensiero e di quella lotta ai dogmatismi che avevano fieramente avversato fino al giorno prima in nome dei loro superiori principi di civiltà. Gente che per i suoi trascorsi e il suo ruolo sociale sarebbe stata spernacchiata in coro più che volentieri dalla redazione di Charlie Hebdo, che non è mai stata una rivista arruolata nelle file del razzismo, del pregiudizio e dell’intolleranza.

Con buona pace dei nostri “civilissimi” avversari dell’Islam, in quella redazione segnata dal sangue non c’è stato uno scontro tra una civiltà superiore e una inciviltà primitiva, ma si è consumato lo scontro che ha visto protagonisti un gruppo di disumani imbecilli che anche a costo di farsi sparare addosso si è arrogato il diritto di decidere come deve essere gestita la vita degli altri, e di stabilire che cosa è permesso disegnare e cosa invece è proibito. Dall’altra parte dello scontro, un gruppo di testardi e dispettosi libertari puri e incoscienti come bambini, che di fronte alle molotov e alle minacce degli imbecilli si è impuntato a disegnare quello che li faceva incazzare di più, chiedendo piu risate e partecipazione ai propri lettori e non piu potenza militare ai propri governanti.

Il diritto di autodifesa satirica dalle minacce e dai divieti dei fondamentalismi religiosi non può essere limitato da considerazioni di buona educazione, strategie politiche o teorie del politically correct. Se domani un anonimo cantante lirico dovesse tirarmi una molotov in ufficio in nome di Caruso, l’intero mondo della lirica si aspetti un fiume di legittime, maleducate e scorrette pernacchie da parte mia, e i lirici che non tirano molotov sapranno che non mi rivolgo a loro, ma ai loro colleghi imbecilli che andranno invitati a desistere per il bene della musica lirica.

Che i satiri attacchino la violenza religiosa dal basso qualificandola come idiozia, e i religiosi la attacchino dall’alto qualificandola come bestemmia, perché tale è l’omicidio secondo i testi di tutte le piu grandi religioni monoteiste. È questo l’unico modo per fomentare l’incontro tra il pensiero laico libertario e illuminista e la grande tradizione storica e culturale dell’Islam, passando dallo scontro di civiltà all’incontro delle civiltà. Tutti gli altri si tolgano l’elmetto da finti satiri al fronte, e vadano a molestare il prossimo in nome del loro dio o del loro partito, senza nascondere dietro la satira il loro gusto psicotico per l’odore del napalm al mattino.

Per quanto mi riguarda, come reazione allo sciacallaggio che ha aggravato con l’ipocrisia dei potenti e degli ottusi il lutto degli amici di Charlie Hebdo, il mio piccolissimo contributo allo scontro tra l’umano e il disumano sarà l’utilizzo di tutti i proventi che otterrò dalla diffusione di questo e-book per regalare a biblioteche di quartiere abbonamenti a riviste satiriche, che aiutino ad aprire la mente dei più giovani alla diversità dei pensieri, dei punti di vista, dei linguaggi, delle religioni, delle etnie, delle culture e delle tradizioni, che resta una grande ricchezza per la nostra martoriata razza umana”. Carlo Gubitosa

Carlo Gubitosa ingegnere delle telecomunicazioni, scrittore e giornalista impegnato sul fronte sociale, ha fondato nel 2009 insieme a Mauro Biani Mamma! Se ci leggi è giornalismo, se ci quereli è satira, la prima rivista italiana di giornalismo a fumetti di cui è direttore responsabile. Nata all’interno dell’associazione culturale Altrinformazione che opera nel settore dell’informazione alternativa, la rivista rappresenta un vero e proprio punto di riferimento per la satira italiana e per il graphic journalism.