C’erano una volta le monete nazionali

Grexit

“C’era una volta la lira. E il franco francese, il marco, il peso. E la dracma. Le monete nazionali. Ogni Paese se le stampava e le utilizzava per la gestione economica nazionale: strutture, stipendi, pensioni. Ma occorreva anche comprare beni e servizi all’estero; e qui il costo era diverso. Un barile di petrolio poteva costare 50 marchi tedeschi ma, a pagarlo in lire, ne costava 50000. Era il tasso di cambio. Più il Paese era solido e affidabile, più la sua moneta era richiesta: occorrevano molte monete dei Paesi meno ricchi per comprarne una. Il meccanismo era lo stesso del tanto noto spread: i titoli di Stato emessi dalla Germania offrono interessi bassi perché vi è certezza di riscuotere il credito, la domanda è alta e non è necessario stimolarla con tassi di interesse elevati; mentre quelli emessi dall’Italia e da altri Paesi simili (Spagna, Grecia, Portogallo etc) garantiscono interessi più alti perché minore è la fiducia nella restituzione del capitale e degli interessi: sono più rischiosi.

Dunque ogni Paese agiva in piena autonomia: in particolare i Paesi meno virtuosi emettevano grandi quantità di moneta e scontavano quindi una forte inflazione: ogni mese il potere di acquisto degli stipendi era minore e beni e servizi provenienti dall’estero costavano, a pagarli in moneta nazionale, sempre di più; e le monete più pregiate avevano tassi di cambio sempre più elevati. Ogni Paese aveva quindi storie e futuri diversi. Quelli virtuosi potevano contare su stabilità e prosperità. Quelli che spendevano soldi che non avevano galoppavano verso la bancarotta.

A questo punto è nata la brillante idea dell’euro: una moneta unica, forte, stabile, che avrebbe impedito l’inflazione e avrebbe consentito a tutti i Paesi che l’avessero adottata rapporti economici internazionali vantaggiosi. E molti hanno fatto a gara per entrare nel club. Però… Però le differenze strutturali tra Paese e Paese sono rimaste invariate. I Paesi formica hanno continuato a lavorare e risparmiare, i Paesi cicala hanno continuato a spendere soldi che non avevano. Anzi ne hanno spesi ancora di più, facendo debiti con gli altri Paesi dell’area euro che (irresponsabilmente) glieli hanno concessi. Inoltre i Paesi cicala hanno mantenuto intatte le caratteristiche che facevano di loro quello che erano: tassazione modesta e ingiustificatamente selettiva, evasione fiscale alle stelle, amministrazione della giustizia inefficiente, corruzione generalizzata, spesa pubblica assistenziale, costi della politica altissimi. Il che, naturalmente, gli ha impedito di portare il loro contributo alla valorizzazione della moneta unica. È l’affidabilità del Paese che conferisce valore alla sua moneta;e una moneta comune richiede l’affidabilità di tutti i Paesi che la adottano; altrimenti i Paesi formica sarebbero costretti a impegnare le loro risorse per coprire i vuoti provocati dai Paesi cicala. Da qui una legge economica fondamentale: in un contesto di Paesi a moneta nazionale, le differenze economiche e politiche producono differenti tassi di cambio; nello stesso contesto, la moneta unica rende necessaria l’abolizione di queste differenze. Che significa tassazione adeguatamente elevata, lotta concreta all’evasione fiscale e alla corruzione, giustizia rapida ed efficiente e soprattutto, perché efficace nel breve e medio periodo, una drastica riduzione della spesa pubblica: in particolare degli stipendi e delle pensioni; in una parola, austerità.

Il fatto è che questo è impossibile nell’Ue. Non esiste un’Autorità che possa imporre tutto ciò. Insomma, non esiste uno Stato Federale. Dal che deriva che tutto si fonda su impegni assunti in stato di necessità: in altre parole, su promesse che buon senso ed esperienze passate inducono a pensare non saranno mantenute. Ecco perché, alla fine, è privo di senso mantenere a forza la Grecia nell’area euro, a dispetto degli stessi greci che vogliono sì restarvi ma senza accettare i sacrifici necessari. Presto o tardi (presto, è questione di un anno), quando l’evasione fiscale, la corruzione e la spesa pubblica assistenziale e corrotta si saranno mangiati altri 80 miliardi (che si aggiungono ai 330 già erogati), la Grexit sarà una necessità”. Bruno Tinti