In 40 anni perso il 40% di votanti

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Subito dopo la chiusura dei seggi, le analisi di molti commentatori si sono focalizzate sulla sorprendente vittoria di Toti in Liguria, sul boom della Lega e sulle polemiche interne al PD, trascurando o trattando marginalmente un altro dato clamoroso e meritevole di attenzione, quello relativo alla partecipazione elettorale, di cui ci occupiamo in questo articolo.

Sebbene largamente annunciato, il crollo della partecipazione al voto ha ormai assunto proporzioni senza precedenti. Si tratta di un fenomeno di lungo periodo, che comincia a manifestarsi alla fine degli anni ’70, quando il nostro paese era ancora un fulgido esempio di democrazia ad altissima partecipazione, con oltre il 90% degli aventi diritto che espletava regolarmente il proprio dovere civico, sia alle elezioni politiche che alle regionali. In ottica comparata, il caso italiano costituiva un’eccezione[1] tra le grandi democrazie (Regno Unito, Francia, Germania, Spagna, per non parlare degli Stati Uniti), tutte caratterizzate da tassi di astensionismo ben maggiori, e si avvicinava invece alle piccole democrazie consociative, come Austria e Belgio. Fenomeni complessi, quali il ‘generational replacement’, ossia la progressiva sostituzione delle coorti più anziane dell’elettorato – socializzatesi al tempo dei partiti di massa – con le coorti più giovani, affacciatesi alla politica durante gli anni ’80 o il ventennio berlusconiano, e la crescente disaffezione dei cittadini nei confronti dei partiti e delle istituzioni, sono alla base di un lungo processo di declino. Un declino che negli ultimi anni ha conosciuto una vertiginosa accelerazione: alle politiche del 2013 si è registrato un calo di 5,3 punti rispetto al 2008; alle europee dello scorso anno l’astensionismo aggiuntivo rispetto al 2009 è stato di 7,8 punti.

In questo quadro, le regionali del 2015 fanno segnare un nuovo record negativo: considerando l’aggregato delle sette regioni al voto, la partecipazione è crollata di oltre 11 punti, attestandosi al 52,2%, come vediamo nella Figura 1. E già nel 2010 c’era stato un crollo di oltre 7 punti rispetto al 2005. Complessivamente, la partecipazione al voto alle elezioni regionali è diminuita di 40 punti negli ultimi 40 anni, di cui circa 28 persi dall’inizio della Seconda Repubblica (1995), e 18,3 persi soltanto negli ultimi 10 anni. Si è quindi passati da un calo di 0,31 punti l’anno nel decennio 1975-1985, a 0,9 punti l’anno nel decennio 1985-1995, a 0,96 del decennio 1995-2005 fino al sostanziale raddoppio della diminuzione annua dell’ultimo decennio (-1,83 all’anno tra il 2005 e il 2015 e -2,22 all’anno negli ultimi cinque anni).

Fig. 1 – Aggregato dell’affluenza alle elezioni regionali nelle sette regioni al voto, 1970-2015

Disaggregando il dato fra le sette regioni al voto e confrontando la partecipazione alle regionali del 2015 con quella delle regionali 2010, delle ultime politiche e delle ultime europee, emergono alcuni elementi rilevanti. Il Veneto si conferma la regione con la più alta affluenza (57,2%) nonché quella che tiene meglio rispetto al crollo generalizzato (-9,3 punti sul 2010). In generale il calo rispetto alle regionali 2010 si presenta omogeneo, compreso fra i 9 e i 13 punti, con le punte più significative in due delle tre regioni rosse, Marche (-13 punti) e Toscana (-12,4), entrambe scese sotto il 50% di votanti. Confrontando la partecipazione 2015 con i dati di affluenza delle europee 2010, il quadro interpretativo cambia. Complessivamente si registra una diminuzione di 6,6 punti rispetto alle europee, ma questa si concentra nelle regioni del Centro-Nord e in particolare nella Zona Rossa, con la Toscana che fa segnare un astensionismo aggiuntivo di 18,4 punti. Al contrario, nelle due regioni meridionali, si registra una complessiva tenuta della partecipazione, con un lieve aumento in Campania (+0,8 punti).

Tab. 1 – Affluenza alle elezioni regionali 2015 nelle sette regioni al voto e confronto con le consultazioni precedenti

Come si spiegano questi dati? Ci sono molte variabili che possono incidere sulla partecipazione elettorale: molte sono di livello individuale (variabili quali l’età, il titolo di studio, l’interesse per la politica, la condizione professionale) e necessiterebbero di dati di sondaggio, perciò esulano dalle possibilità di un’analisi post-elettorale come questa. Alcune variabili, però, possono essere misurate a livello aggregato, consentendoci di testare l’impatto di diverse possibili spiegazioni alternative. Per effettuare questa analisi è necessario scendere ulteriormente nel dettaglio subnazionale, prendendo in considerazione la partecipazione delle singole province al voto, così da accrescere il numero dei casi a nostra disposizione (N=39).

La prima ipotesi esplicativa riguarda la tradizione civica della provincia. Pedersini e Cartocci (2004), hanno sviluppato un indicatore molto utilizzato dalla letteratura sociologica e politologica, il livello di civismo. Fa riferimento alla dotazione di capitale sociale ed è calcolato, per ciascuna provincia italiana, sulla base di quattro indicatori[2]. Ci aspettiamo che la correlazione tra partecipazione al voto e dotazione di capitale sociale risulti positiva, in quanto il livello di civismo è solitamente considerato una delle precondizioni dell’impegno nella vita sociale e politica. Alle europee del 2014, questa ipotesi ha trovato ampia conferma nei dati (Emanuele 2014, 110-112).

La seconda ipotesi, in parte collegata alla prima, concerne la tradizione politica della provincia. Basandoci sui dati delle elezioni politiche del 1976, abbiamo classificato le 39 province al voto in ‘Bianche’, ‘Rosse’ e ‘Grigie’[3]. L’assunto che sta alla base di questa ipotesi è che nelle province appartenenti alle storiche aree subculturali bianche e rosse la spinta partecipativa dovrebbe essere maggiore, in virtù del peso – declinante, ma pur sempre presente – che la tradizione partecipativa di queste aree esercita ancora, soprattutto negli elettori più anziani.

Al di là della cultura civica e del colore politico delle singole province, un altro fattore rilevante potrebbe essere il livello di competitività dell’elezione. Quando gli elettori percepiscono che la partita è aperta e i due candidati sono molto vicini, tendono a partecipare di più al voto rispetto a quando la competizione sembra chiusa, con un vincitore già annunciato da tempo. I dati sulle elezioni comunali, ad esempio, hanno spesso confermato questa ipotesi, mostrando una correlazione negativa tra affluenza al ballottaggio e distacco tra primo e secondo candidato al primo turno (Emanuele 2012, 111).

Una quarta ipotesi concerne invece le tendenze di partecipazione più recenti delle province italiane. Prendendo in considerazione il voto alle regionali 2010, alle politiche 2013 e alle europee 2014, abbiamo costruito un indice di ‘affluenza recente’ che altro non è che la media delle ultime tre consultazioni. L’ipotesi è che, ovviamente, si manifesti un certo grado di continuità nel trend di partecipazione a livello territoriale, con una correlazione positiva tra partecipazione recente e partecipazione nel 2015.

Infine, una quinta ipotesi mira a tener conto della contemporanea consultazione amministrativa che si è svolta in 679 comuni italiani, facendo segnare una partecipazione ben più alta che alle regionali (64% su base nazionale). L’ipotesi in questo caso è che la partecipazione alle elezioni regionali sia stata più alta laddove una maggiore quota di comuni[4] è stata interessata dal voto comunale, che avrebbe quindi trainato la consultazione regionale, garantendogli una certa affluenza aggiuntiva.

Tab. 2 – Risultati delle correlazioni tra la partecipazione politica alle regionali 2015 e alcuni possibili fattori esplicativi

Come vediamo nella Tabella 2, la maggior parte di queste ipotesi non trova conferma nei dati. Il livello di civismo non è connesso con la partecipazione alle elezioni regionali. L’affluenza alle urne è stata infatti sopra la media in province con basso livello di civismo, quali Barletta-Andria-Trani, Caserta, Brindisi e Salerno; al contrario, province molto ‘civiche’, come quelle toscane o come Belluno e Imperia hanno fatto registrare una partecipazione inferiore alla media nazionale. Allo stesso modo, la tradizione politica della provincia non è associata alla partecipazione alle regionali. Non si ravvisano, infatti, differenze significative tra le province ‘rosse’ (50,4%), le ‘bianche’ (51,7%) e le ‘grigie’ (51,5%). Neppure la competitività dell’elezione – misurata in termini di punti percentuali di distanza tra il primo e il secondo candidato Presidente – sembra aver svolto un ruolo significativo nell’orientare la partecipazione al voto. C’è stata infatti alta partecipazione in contesti non competitivi, come nel caso delle province di Vicenza, Brindisi, Padova (in cui si rilevano tra 28 e 37 punti di scarto fra i primi due candidati) e viceversa bassa partecipazione in contesti competitivi, come nei casi di Benevento e La Spezia (rispettivamente 0,1 e 0,7 punti tra i due candidati). Un ruolo, seppur non statisticamente significativo, sembra essere stato svolto dalla contemporanea presenza delle elezioni comunali. Le province con la più alta quota di comuni coinvolti dalle elezioni comunali risultano avere un’affluenza tra le più alte delle rispettive regioni: in particolare Brindisi e Barletta-Andria-Trani (rispettivamente +4,4 e +4,6 rispetto alla media della Puglia), in cui sono andati al voto alle comunali rispettivamente il 50% e il 20% degli enti, e Fermo (+1,7 rispetto alla media delle Marche) in cui il 20% dei comuni è andato al voto sia alle regionali che alle amministrative. L’unica variabile tra quelle ipotizzate che mostra una correlazione positiva e significativa (r=0.386**) con l’affluenza del 2015 è la partecipazione recente. Disaggregando tale variabile nelle tre consultazioni considerate, osserviamo una fortissima correlazione con il voto regionale del 2010 (r=0.842***), molto più debole con il voto alle politiche (r=0.271*) e nulla con il voto europeo (r=0.058).

Queste analisi sembrano suffragare l’idea che le variabili tradizionali relative alla partecipazione (civismo, presenza di una subcultura di riferimento) siano ormai declinate e, per quanto concerne le consultazioni regionali, il voto/non voto non sia neppure orientato da considerazioni relative alla posta in gioco (competitività). Si tratta di elezioni peculiari, nelle quali la variabilità territoriale della partecipazione si discosta significativamente dal pattern mostrato dalle elezioni di livello nazionale (politiche ed europee), e nelle quali incidono considerazioni diverse, legate anche all’impatto, soprattutto nel Mezzogiorno, del ‘candidate-oriented vote’ (Fabrizio e Feltrin 2007, 181). Questa considerazione è confermata osservando la fortissima correlazione negativa che emerge incrociando il livello di civismo con il differenziale di partecipazione registrato tra politiche ed europee (vedi Figura 2).

Fig. 2 – Incrocio tra livello di civismo e differenziale di partecipazione tra Regionali 2015 e Politiche 2013

Il valore della correlazione è molto netto (r= -0.694) e indica chiaramente che le province più civiche, che facevano registrare i maggiori tassi di partecipazione alle politiche (in accordo con la nostra prima ipotesi), tendono a defezionare maggiormente quando manca la posta in gioco nazionale. Al contrario le province meridionali, meno ‘civiche’, tendono a mostrare livelli più simili di partecipazione tra le due competizioni: qui, la mancanza del premio nazionale è in parte controbilanciata dagli interessi specifici veicolati dalla corsa al seggio dei candidati consiglieri, rafforzati tramite il massiccio ricorso al voto di preferenza.

Riferimenti bibliografici

Emanuele, V. (2012), Storico crollo dell’affluenza ai ballottaggi, più di 1 su 2 resta a casa, in L. De Sio e A. Paparo (a cura di), Le Elezioni Comunali 2012, Dossier CISE n° 1, Roma, Centro Italiano Studi Elettorali, pp. 111-113.

Emanuele, V. (2014), Affluenza, un calo atteso. Al Sud 1 su 2 si astiene, in L. De Sio e V. Emanuele e N. Maggini (a cura di), Le Elezioni Europee 2014, Dossier CISE n° 6, Roma, Centro Italiano Studi Elettorali, pp. 107-113.

Fabrizio, D. e Feltrin, P. (2007), L’uso del voto di preferenza: una crescita continua, in A. Chiaramonte, e G. Tarli Barbieri (a cura di), Riforme istituzionali e rappresentanza politica nelle Regioni italiane, Bologna, Il Mulino, pp. 175-199.

Franklin, M. N. (2004), Voter Turnout and the Dynamics of Electoral Competition in Established Democracies Since 1945, Cambridge, Cambridge University Press.

Pedersini, R. e Cartocci, R. (2004), Risorse economiche e risorse morali, in R. Catanzaro (a cura di),Nodi, reti, ponti. La Romagna e il capitale sociale, Bologna, Il Mulino, pp. 33-51.

Raniolo, F. (2002), La partecipazione politica, Bologna, Il Mulino.

Tuorto, D. (2006), Apatia o protesta? L’astensionismo elettorale in Italia, Bologna, Il Mulino.


[1] Sulla partecipazione al voto in Italia si veda l’analisi di Tuorto (2006). Per un’analisi generale della partecipazione politica, Raniolo (2002). In chiave comparata, segnaliamo, fra gli altri, lo studio di Franklin (2004).

[2] È misurato prendendo in considerazione indicatori quali il livello medio di partecipazione elettorale, la tendenza a partecipare a associazioni culturali e/o ricreative, la quantità di persone che leggono almeno un quotidiano al giorno, il numero di donatori di sangue (fattore che intende segnalare la diffusione di pratiche di solidarietà sociale).

[3] Bianca: DC>38.7% e scarto DC-PCI >8.6punti nel 1976; Rossa: PCI > 34.3% e scarto PCI-DC >4.3 punti nel 1976; Grigia (nessuno dei due criteri). Abbiamo quindi assegnato il valore di 1 alle province Bianche e Rosse e 0 alle Grigie. Sulla base di questi criteri, sono state identificate quali province ‘bianche’ Vicenza, Verona, Treviso, Padova, Belluno, Lucca, Macerata, Avellino, Benevento, Caserta, Bari e Lecce; le province ‘rosse’ sono Genova, La Spezia, Savona, Pesaro-Urbino, Arezzo, Firenze, Grosseto, Livorno, Pisa, Pistoia, prato, Siena, Perugia e Terni; le province ‘grigie’ sono invece Venezia, Rovigo, Imperia, Massa-Carrara, Ancona, Ascoli-Piceno, Fermo, Napoli, Barletta-Andria-Trani, Brindisi, Foggia, Taranto.

[4] Essendo ancora in corso lo spoglio, non si è potuto confrontare il totale degli elettori interessati dal voto comunale in ciascuna provincia con il totale degli elettori della provincia, ma soltanto calcolare la quota di comuni interessati dal voto comunale sul totale della provincia in questione.

(Fonte Centro Italiano Studi Elettorali)


Commenti

  1. […] al voto ormai viaggia da diversi anni al 50%, vota 1 elettore su 2 quando va bene. In 40 anni si è perso il 40% di votanti. Un’idea assurda potrebbe essere questa: Vota solo il 50%? Allora dimezziamo il numero dei […]