Il Grexit non conviene a nessuno

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Per capire la vicenda greca e le sue conseguenze, al netto di haircut, swap, doppio swap, default e ristrutturazione, si deve tornare ai fondamentali.

1 – i debiti vanno pagati.
2 – se non si pagano il creditore ha diritto di far sequestrare e vendere i beni del debitore e soddisfarsi sul ricavato.
3 – se beni non ce ne sono, il debitore fa bancarotta, finisce sul libro nero e nessuno gli presterà più nulla.

C’è però un’altra categoria di fondamentali, di natura pratica e non giuridica.

A – quando il debito è molto grande e i beni su cui soddisfarsi molto pochi, il creditore non può far fallire il debitore perché questo significa rinunciare a ogni possibilità di recuperare almeno una parte del credito.
B – nel caso della Grecia, il fallimento provocherebbe l’uscita dall’euro e il ritorno alla moneta nazionale. Ciò perché nessuno le presterebbe altri soldi; e stipendi, pensioni e servizi essenziali devono pur essere assicurati. Dovrebbero stampare dracme.
C – In molti Paesi, non solo del Sud Europa, l’uscita dall’euro è vista favorevolmente; in Italia M5S e Lega ne fanno un punto importante del loro programma. Il fallimento della Grecia potrebbe rafforzare queste forze politiche (se lo fanno loro perché noi no?) e portare alla dissoluzione della Ue.

In sintesi, tutto ciò dimostra la fondatezza di un noto detto: se devi alla Banca 10.000 euro, la banca è il tuo padrone; se le devi 1 miliardo di euro, sei tu il padrone della banca.

Come è noto, la Grecia deve al Fmi, alla Bce, alla Banca europea per gli investimenti e a detentori di Obbligazioni di Stato complessivamente circa 330 miliardi. Le conseguenze di una bancarotta sarebbero micidiali. Molti Paesi creditori si troverebbero con buchi di bilancio incompatibili con il rispetto delle regole Ue; all’Italia mancherebbero 62 miliardi. Questo è il motivo per cui la Ue, invece di spiegare alla Grecia i fondamentali di cui ai punti 1, 2 e 3, ha temporeggiato finora e ha continuato (fino all’anno scorso) a finanziarla. E sempre questo è il motivo per cui la Grecia ha avuto il “coraggio” di proporre un piano di ristrutturazione così formulato: dateci altri soldi; una parte li rimborseremo quando e se la nostra situazione economica lo consentirà; e l’altra parte ci servirà per sostituire i titoli di Stato in mano alla Bce con altri titoli che, alla scadenza potranno essere rimborsati o anche no, dipende sempre dalla situazione economica. Come se uno dicesse alla sua banca: non ti posso pagare; ti prometto che ti pagherò quando e se potrò; nell’attesa dammi un altro po’ di soldi.

È del tutto evidente che la Ue si trova in una situazione senza via d’uscita. Se accetta il piano di “ristrutturazione” greco, il giorno dopo tutti, cominciando dall’Italia, pretenderanno analogo trattamento: perché alla Grecia sì e a noi no? Se non lo accetta, la Grecia fallisce ed esce dall’euro. Che fare?

Fermo restando che entrambe le soluzioni avranno conseguenze drammatiche, mi sembra che la storia della crisi greca dimostri che la “ristrutturazione” è inaccettabile: significa continuare a dare soldi sapendo che non saranno mai restituiti. Che è esattamente quanto fatto finora e che ha portato alla crisi attuale. Spostarla di 2, 3, 4 anni, a un costo di 100, 150 miliardi l’anno (in pratica si dovrebbe continuare a finanziare la Grecia), fino ad arrivare alla stessa situazione con un debito più che raddoppiato sarebbe un suicidio. Lasciar fallire la Grecia è dunque il male minore. Si capisce, mettendo in conto possibili decisioni irresponsabili di altri Paesi che approfitterebbero del cattivo esempio greco per “finalmente” uscire dall’euro.

Una possibilità che ciò non avvenga però esiste: calcolando i tempi, Grillo, Salvini e altri improvvisati economisti, si troverebbero a sostenere questa scelta alle soglie dell’inverno. Quando farà freddo e sarà necessario acquistare petrolio per riscaldarci. Che non potremo pagare in lire: nessuno le vorrà. Si dovranno acquistare dollari, pagandoli uno sproposito e dunque stampando carta moneta; e lo stesso avverrà per la benzina, per l’energia elettrica e insomma per tutto quello che compriamo abitualmente all’estero e che richiederà molti più soldi di quelli che recupereremmo con le Ferrari e l’alta moda. L’inflazione salirà alle stelle, il potere di acquisto di stipendi e pensioni diminuirà paurosamente, tutti (molti più di quanti non siano ora) staranno agli angoli delle strade con il cappello in mano. Faremo la fine dell’Argentina e del Venezuela, dove si va a fare la spesa il giorno stesso della paga; perché il giorno dopo, con quei soldi, si comprerebbe la metà.

Certo, in un Paese come il nostro, che queste cose si capiscano non è molto probabile. Sicché forse è meglio vendere tutto e comprare oro; almeno qualche mese di sopravvivenza ce lo garantiremo.

(Fonte: Bruno Tinti – Il Fatto Quotidiano del 30 Giugno 2015)