TISA, il trattato che mette la salute in vendita

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Si chiama TISA (Trade in Services Agreement ovvero accordo di scambio sui servizi) il trattato internazionale di lobby e governi per liberalizzare dai dati personali alla sanità passando per le assicurazioni. Sarebbe la vittoria definitiva della finanza sulla politica. I due trattati ancora in corso di colloqui, TTIP e TISA, agirebbero anche direttamente su servizi fondamentali per la collettività, come i servizi sanitari, che potrebbero divenire nuovi campi d’azione da parte di multinazionali dei servizi. Gli interessi in gioco sono enormi.

L’accordo sugli scambi di servizi è un accordo commerciale che viene attualmente negoziato tra 23 membri dell’Organizzazione Mondiale del Commercio (World Trade Organization), tra cui l’UE. Insieme, questi paesi rappresentano il 70% del commercio mondiale di servizi. Considerato che l’Unione Europea conta 28 Membri, ad oggi sono 50 i Paesi che complessivamente rientrano nell’accordo. Assenti da questa cerchia di negoziato sono i Paesi BRICS di Brasile, Russia, India, Sudafrica e Cina, nonostante si stia discutendo dell’ingresso di quest’ultima con diverse riserve da parte di USA e Giappone.

Il documento trapelato già lo scorso 19 giugno 2014, Wikileaks aveva diffuso un file contenente una descrizione del TISA, mentre il 17 dicembre 2014 l’agenzia Associated Whistleblowing Press (AWP) aveva pubblicato un secondo documento relativo al medesimo accordo, in cui si evidenziava la volontà di ridefinire le regolamentazioni nazionali in materia di circolazione, conservazione, scambio dei dati personali, e-commerce e net-neutrality.

Il nuovo paper diffuso dall’agenzia AWP il 4 febbraio 2015 (“A concept paper on health care services within TISA Negotiations”), il terzo in ordine cronologico, contiene invece dettagli prima non noti sul TISA, con riferimento particolare ai servizi sanitari. Al suo interno è riportata la proposta presentata dalla Turchia e discussa dagli Stati membri dell’UE lo scorso settembre a Ginevra, che mira a mercificare i servizi sanitari a livello globale, nonché a promuovere il turismo sanitario per i pazienti. Come si legge nel documento: “C’è un potenziale enorme ancora non sfruttato per la globalizzazione dei servizi sanitari”. La ragione, come viene spiegato, è che “sino ad ora questo settore di servizi ha giocato solo un ruolo ridotto negli scambi internazionali. Ciò è dovuto al fatto che i sistemi sanitari sono finanziati ed erogati dallo Stato o da enti assistenziali e non sono di nessun interesse da parte degli investitori stranieri a causa dell’assenza di finalità commerciali”. Il documento prosegue illustrando come il commercio dei servizi sanitari possa creare opportunità e avere benefici per i partner commerciali coinvolti.

Diverse sono state le reazioni di numerosi studiosi e associazioni che si battono in difesa del cittadino. Jane Kelsey, professoressa dell’Università di Auckland che già si era dimostrata fortemente critica nei confronti del TISA a seguito dei documenti diffusi in passato, ha elaborato un documento che mette in evidenza i pericoli di tale accordo in campo sanitario, sottolineando come “la proposta presume una transizione dall’attuale modello di servizio sanitario pubblico ed integrato al servizio sociale verso un sistema commerciale in cui i cittadini diventano consumatori in un mercato globale della salute”.

Odile Frank, del Public Services International (PSI), la federazione internazionale che riunisce i sindacati del settore pubblico, in una sua analisi ha affermato che “la proposta farebbe lievitare i costi dell’assistenza sanitaria nei paesi in via di sviluppo e abbasserebbe la qualità degli stessi nei paesi sviluppati di Europa, Nord America e Australia”, e ha denunciando il volume di affari attorno a cui ruoterebbe una simile proposta: “Gli interessi sono enormi, l’incidenza media di spesa per la sanità nei 50 paesi all’interno delle negoziazioni dell’accordo è del 12,5% del Prodotto Interno Lordo, per un valore di oltre 6 trilioni di dollari all’anno, cifra che corrisponde a più del 90% della spesa globale per la sanità”. Secondo Frank, l’apertura delle frontiere al mercato della salute per agevolare la mobilità dei pazienti tra paesi dell’accordo determinerebbe l’instaurarsi di una sorta di “turismo della cura“.

Stando a quanto riportato sul sito della Commissione Europea le riunioni in merito si svolgono a Ginevra e sono presiedute a turno dall’UE, l’Australia e gli USA. I colloqui e il processo decisionale si svolgono su base consensuale. Nell’apposita sezione “Trasparenza” si può inoltre leggere chiaramente: “Come tutti gli altri negoziati commerciali, i colloqui relativi al TISA non si svolgono in pubblico e i documenti sono accessibili solo ai partecipanti. L’UE si tuttavia è adoperata per garantire il massimo grado di trasparenza possibile. La Commissione europea partecipa ai negoziati a nome dell’UE. Il suo team di negoziatori trasmette resoconti periodici al Consiglio (che riunisce i rappresentanti dei governi degli Stati membri dell’UE) e al Parlamento europeo. La Commissione organizza inoltre riunioni frequenti con le imprese e la società civile. I partecipanti al TISA informano regolarmente gli altri membri dell’OMC sullo stato di avanzamento dei negoziati”.

Nonostante queste premesse, l’ipotesi di un confronto approfondito con la società civile si era scontrata duramente con quanto riportato dal primo documento sui TISA divulgato da Wikileaks lo scorso 16 giugno, in cui si esplicitava che la sua diffusione sarebbe potuta avvenire solo “dopo cinque anni dall’entrata in vigore del TISA o, in caso di mancato raggiungimento di un accordo, dopo cinque anni dalla chiusura dei negoziati”, clausola poi riportata anche nel file pubblicato a dicembre da AWP.

Al momento i dettagli relativi allo sviluppo degli accordi sono stati resi noti unicamente tramite documenti diffusi da organizzazioni non governative e poco è stato diffuso tramite i canali istituzionali. Dell’incontro sul TISA di ottobre svoltosi a Bruxelles, come riportato dal Segretariato Generale dell’UE, si conosce ad esempio solo il programma, ma non gli esiti. Anche in merito alla concreta possibilità di intervenire in campo sanitario mediante un incontrollata liberalizzazione dei servizi, sono stati forniti, sulla carta, pareri in prima istanza rassicuranti.

Sul sito della Commissione Europea, tra le “FAQ” è indicata la specifica domanda “L’accordo TISA inciderà sull’assistenza sanitaria pubblica e l’istruzione pubblica?”. La risposta è netta: “No. Nessun accordo di libero scambio dell’UE costringe i governi a privatizzare o deregolamentare un servizio pubblico a livello nazionale. Lo stesso vale per il TISA o per qualsiasi altro accordo che l’UE è impegnata a negoziare”. A questa, segue un’ulteriore domanda: “Come inciderà l’accordo TISA sull’assistenza sanitaria privata?”. Anche in questo caso la risposta cerca di tranquillizzare: “Nessuno degli accordi di libero scambio dell’UE obbliga i paesi membri a privatizzare i propri servizi sanitari. L’accordo TISA non farà eccezione” lasciando tuttavia aperta una parentesi equivoca: “Ovviamente, se un paese dell’UE decide di privatizzare in parte o in toto il suo servizio sanitario, è libero di farlo.

A gennaio, il vice ministro italiano per lo sviluppo economico Carlo Calenda aveva fornito ulteriori garanzie: “È vero che il TISA è un negoziato che ha l’obiettivo di aprire maggiormente i mercati nazionali alle forniture di servizi di altri Paesi e migliorare l’accesso al mercato dei servizi, garantendo parità di trattamento tra fornitori nazionali e stranieri. Ma non è vero che comporterà la liberalizzazione totale di servizi essenziali come banche, sanità, trasporti e istruzione”. Eppure rimane ancora il forte timore…

Il documento diffuso da AWP sulla possibilità di una liberalizzazione dei servizi sanitari, lascia però spazio a ben altre e opposte interpretazioni. Appare chiaro come a fronte di un apparente desiderio di trasparenza e coinvolgimento vi sia la volontà di chiudere lo spazio di consultazione con la società civile e di lasciare quanto più spazio possibile ad interessi privati piuttosto che pubblici.

Viviane Reding, ex vice-presidente della Commissione europea e relatore al Parlamento Europeo sul TISA, a gennaio ha definito l’accordo “una chance per l’Europa”. Nella sua prima dichiarazione pubblica a Strasburgo, ha tuttavia chiesto una maggiore trasparenza nel processo negoziale. “Il TISA”, ha affermato, “non può essere discusso in una torre d’avorio”. L’eurodeputato ha dichiarato che l’accordo deve prima di tutto garantire la “reciprocità”. L’UE deve ottenere l’accesso significativo ai mercati dei servizi stranieri per l’occupazione e la crescita dell’Europa: “deve essere un accordo win-win”, ha detto, riferendosi a quello che vede come uno “squilibrio” tra l’apertura del settore dell’UE dei servizi e i mercati dei paesi inclusi nel TISA. Il commissario Reding ha indicato poi le “linee rosse” da non oltrepassare: i servizi pubblici, in particolare la salute, l’istruzione e l’acqua dovrebbero essere esclusi dalla liberalizzazione. “Questi non sono in vendita”, ha concluso. Eppure rimane ancora il forte timore che questo accordo possa minare irrimediabilmente i sistemi che forniscono tutele sanitarie universalistiche e fondate sulla fiscalità generale come i Servizi Sanitari Nazionali.

L’apertura di settori dei servizi pubblici al mercato permetterebbe una liberalizzazione della sanità a seguito della quale i Servizi Sanitari Nazionali si ritroverebbero a concorrere con enti e società aventi finalità economiche piuttosto che assistenziali, minando il principio di universalità e accesso alla cura di tutta la popolazione. Non è un caso che dopo la pubblicazione dei primi due documenti fosse apparso lo spettro di grandi imprese e gruppi assicurativi, prevalentemente americani, interessati a possibili nuovi bacini d’utenza.

Al momento, stando a quanto riportato dalla Commissione Europea, “Non è stato fissato alcun termine per la loro conclusione” e quindi non esiste una deadline precisa entro cui giungere all’accordo sul TISA. Se i negoziati proseguiranno senza un diretto coinvolgimento delle parti realmente interessate, i cittadini comunitari, e con scopi antitetici a quello della salute delle collettività, nel prossimo futuro potremo assistere ad un radicale smantellamento della tutela del diritto universale alla cura. Il tutto come al solito senza avere voce in capitolo.

La salute è un diritto umano e non è in vendita o in commercio. Il sistema sanitario esiste per mantenere le nostre famiglie al sicuro e in salute, e non per garantire profitti alle grandi corporazioni.

Su Avaaz è partita la petizione online per fermare il TISA, finora sono state raccolte oltre 345 mila firme.

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