L’uguaglianza del gregge

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“Nella società capitalistica contemporanea il senso di uguaglianza è mutato. Per uguaglianza, s’intende l’uguaglianza degli automi, degli uomini che hanno perso il loro individualismo. Uguaglianza oggi significa uniformità, anziché unità.

È l’uniformità astratta degli uomini che compiono lo stesso lavoro, scelgono gli stessi divertimenti, leggono gli stessi giornali e hanno le stesse idee. Sotto questo aspetto, bisogna anche guardare con un certo scetticismo ad alcune conquiste, generalmente citate come segni del nostro progresso, come ad esempio l’uguaglianza di diritti della donna. Gli aspetti positivi di questa tendenza all’uguaglianza non devono trarre in inganno. Fanno parte della tendenza all’eliminazione delle differenze.

L’uguaglianza è ottenuta a questo prezzo: le donne sono uguali perché non sono più differenti. La frase della filosofia illuminista l’âme n’a pas de sexe, l’anima è priva di sesso, è diventata di uso generale. La polarità dei sessi va scomparendo, e con essa l’amore erotico, che poggia su questa polarità. Uomini e donne diventano simili, e non uguali, come i poli opposti. La società contemporanea predica questo ideale di uguaglianza perché ha bisogno di atomi umani simili tra loro, per farli funzionare in una massa compatta: tutti obbediscono agli stessi comandi, e tuttavia ognuno è illuso di seguire i propri desideri. Come la moderna produzione di massa richiede la standardizzazione dei prodotti, così il progresso civile esige la standardizzazione dell’uomo. Questa standardizzazione è chiamata “uguaglianza”.

L’unione ottenuta mediante il conformismo non è intensa né profonda; è superficiale e, poiché è il risultato della routine, è insufficiente a placare l’ansia della solitudine. I casi di alcoolismo, di tossicomania, di manie sessuali e di suicidio, sono sintomi del fallimento di tale unione. Inoltre, è una soluzione che riguarda la mente, e non il corpo, e anche per questo motivo fallisce al confronto con le soluzioni orgiastiche.

Il conformismo da gregge ha un unico vantaggio: quello di essere costante, e non spasmodico. L’individuo viene forgiato sui modelli del conformismo all’età di tre o quattro anni, e non perde mai contatto col gregge. Perfino il suo funerale, che costituisce l’ultimo grande avvenimento sociale, è in stretta attinenza con questi modelli. Oltre al conformismo inteso come mezzo per superare l’isolamento, un altro fattore nella vita contemporanea deve essere preso in considerazione: la routine del lavoro e del piacere.

L’uomo diventa un “dalle nove alle cinque”, è parte della forza del lavoro, della forza burocratica degli impiegati e dei dirigenti. Ha scarsa iniziativa, i suoi compiti essendo prescritti dall’organizzazione; vi è ben poca differenza tra chi è in cima alla scala, e chi è in basso. Tutti seguono schemi prestabiliti, con una velocità prestabilita, in modo predisposto. Perfino le reazioni sono prescritte: allegria, tolleranza, amabilità, ambizione e capacità di andare d’accordo con tutti senza attrito.

Il divertimento è organizzato nello stesso modo, sebbene non proprio con lo stesso sistema; i libri sono selezionati da biblioteche, i film dagli impresari, e gli slogan pubblicitari coniati da loro; il resto è pure uniforme; la gita domenicale in automobile, i programmi televisivi, le riunioni e i ricevimenti ufficiali. Dalla nascita alla morte, dal lunedì alla domenica, da mattina a sera, tutte le attività sono organizzate e prestabilite. Come potrebbe un uomo prigioniero nella ragnatela della routine ricordarsi che è un uomo, un individuo ben distinto, uno al quale è concessa un’unica occasione di vivere, con speranze e delusioni, dolori e timori, col desiderio di amare e il terrore della solitudine e del nulla?

Il capitalismo moderno necessita di uomini che cooperino in vasto numero; che vogliano consumare sempre di più; i cui gusti siano standardizzati e possano essere facilmente previsti e influenzati. Necessita di uomini che si sentano liberi e indipendenti, che non si assoggettino ad alcuna autorità e tuttavia siano desiderosi di essere comandati, di fare ciò che ci si aspetta da loro, di adattarsi alla moderna macchina priva di frizione; che possano essere guidati senza la forza, guidati senza capi, incitati senza uno scopo, tranne quello di rendere, di essere sulla breccia, di funzionare, di andare avanti. Qual è il risultato? L’uomo moderno è staccato da se stesso, dai suoi simili, dalla natura…..

Le relazioni umane sono essenzialmente quelle degli automi, ognuno dei quali basa la propria sicurezza tenendosi vicino al gregge e non divergendo nel pensiero, nei sentimenti o nell’azione. Mentre ognuno prova a essere il più vicino possibile agli altri, ognuno rimane disperatamente solo, pervaso da un profondo senso d’insicurezza, ansia e colpa, che sempre si verificano quando la separazione umana non può essere vinta. La nostra civiltà offre molti palliativi che aiutano la gente a essere “coscientemente inconscia” di questa solitudine: primo fra tutti la stretta routine del lavoro meccanico, burocratico, che aiuta la gente a restare inconscia dei più fondamentali desideri umani, del desiderio di trascendenza e unità. Finché la routine da sola non ci riesce, l’uomo supera la propria inconsapevole disperazione mediante la routine dei divertimenti, della consumazione passiva dei suoni e delle immagini offerti dall’industria del divertimento; oltre a ciò, mediante la soddisfazione di comprare sempre nuove cose, per subito scambiarle con altre.

L’uomo moderno è in realtà vicino al quadro che Huxley descrive ne Il mondo nuovo: ben nutrito, soddisfatto sessualmente, eppure unito solo superficialmente ai propri simili, guidato dagli slogans di Huxley: “Quando l’individuo sente, la comunità vacilla”, oppure: “Mai rimandare a domani il divertimento che potete avere oggi”; o: “Tutti sono felici, al giorno d’oggi”. La felicità odierna dell’uomo consiste nel “divertirsi”. Divertirsi significa consumare e comprare cibi, bevande, sigarette, gente, libri, film – tutto è consumato, inghiottito. Il mondo è un grosso oggetto che suscita i nostri appetiti, una grossa mela, una grossa bottiglia, un grosso seno; noi siamo i consumatori, gli uomini in eterna attesa, gli speranzosi, e gli eterni delusi.” Erich Fromm, L’arte di amare

 


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