Toglieteci tutto ma non il privilegio del vitalizio

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Matteo Renzi un anno fa dagli studi di Porta a Porta aveva tuonato: “Elimineremo i vitalizi ai consiglieri regionali”. Ma nonostante gli annunci, per gli ex consiglieri non è cambiato nulla. Li chiamano diritti acquisiti, quelli che valgono per gli ex politici ma non per gli esodati. E sono talmente acquisiti da sopravvivere a tutto, perfino alla morte e al buon senso. I beneficiari, o meglio l’armata degli ex consiglieri regionali che percepiscono un vitalizio sono 3.200 e costano ai contribuenti 170 milioni di euro l’anno. 

Il vitalizio previsto per i politici italiani, sia consiglieri regionali che parlamentari, è sempre apparso una concezione ai confini dell’assurdo. Basti solo pensare che mediamente percepiscono una pensione tra i 55 e i 60 anni. Con 5 anni di contributi siamo intorno ai 1.800 euro netti mensili, con 10 anni oltre i 3.000. E via aumentando. Per comprendere perché si tratti più di privilegio consolidato che di un diritto acquisito, sarà sufficiente chiedersi se oggi un lavoratore dovesse versare il medesimo ammontare di contributi, quale pensione si attenderebbe di percepire? Ed a quale età? La risposta è che occorrerebbe aspettare i 67 anni (aumentabili nel tempo in base alle aspettative di vita) e che l’ammontare di pensione, sempre a parità di contributi versati, sarebbe all’incirca di un terzo rispetto a quanto percepito dai nostri vecchi politici. Capito?

Ma chi sono i responsabili di quelle norme strampalate sui vitalizi? In larga parte sono gli stessi politici, parlamentari e consiglieri regionali, che oggi (e già da diversi anni) godono del vitalizio. Quindi, diritti acquisiti che essi stessi hanno in larga parte disegnato in passato per il loro futuro. W l’Italia, W il vitalizio.