L’Italia s’è marcita

Italia

Ormai non si sa da che parte rigirarsi: perché se ad occhi chiusi puntiamo il dito su una carta geografica della penisola o delle isole si può esser certi che c’è stato (o ci sarà) uno smottamento, una frana, dove un fiume o persino un rigagnolo s’è gonfiato e ha straripato. Ora si dice che è “esondato” il Tevere, e cento “bombe d’acqua” sono esplose nel cielo d’Italia: neologismo stupido che dilaga (esonda?) in giornali e tv.

Perché quando piove copiosamente l’acqua impregna di sé terreni e argini malfermi, gonfiati corsi d’acqua, precipita dalle montagne e dalle colline che sono parte immodificabile dell’ossatura di un paese geologicamente giovane. Una volta le alture erano abitate e il duro lavoro di contadini e braccianti attendevano alle opere primarie per la loro manutenzione. Ma i contadini sono fuggiti a valle in larga parte gonfiando smodatamente le aree urbane: dunque la manutenzione è affidata a pochi superstiti che manifestamente sono impari all’impresa di tenere in sicurezza un territorio geograficamente difficile. Il dissesto idrogeologico della Bella Italia sarebbe demagogico e sciocco attribuirlo a Renzi o a Monti, perché è parte della macroscopica cecità di quanti hanno governato l’Italia repubblicana. Destra o sinistra hanno le stesse responsabilità che sono tecniche e politiche.

Crea sgomento e angoscia leggere l’intervista (Repubblica, 9 novembre) alla sismologa Maria G. Ciaccio dell’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia: precaria da 14 anni dice che su mille ricercatori «in 400 lavoriamo con contratti a termine che si rinnovano l’ultimo giorno della scadenza, una cosa umiliante». Non solo umiliante per chi si precipita – magari rischiando la vita – a L’Aquila, a Genova o a Massa, ma scandalosa per l’Italia che avendo un quadro di geologi e vulcanologi di provata competenza li spinge a cercare un’occupazione dignitosa all’estero. I contadini sono sempre meno e i tecnici sono mortificati, le amministrazioni locali sono assai spesso incompetenti e tecnicamente inefficienti.

Ma chi dunque dovrebbe tenere in piedi letteralmente questo fragile paese? Chi dovrebbe attendere a questo immane lavoro? Il governo Renzi ha messo a punto un piano nazionale di prevenzione per il dissesto idrogeologico che è stato presentato a Palazzo Chigi e ha un titolo propiziatorio, “Italia Sicura”: è guidato da Erasmo D’Angelis, già sottosegretario alle infrastrutture del governo Letta. Il governo ha racimolato un cespite per gli interventi più urgenti e ha chiamato a raccolta il ministro dell’ambiente Galletti, il sottosegretario Delrio e il responsabile della Protezione civile Gabrielli. Un’équipe di tutto rispetto che dovrà perseguire due linee di intervento: quello per le 14 aree metropolitane (progetto già avviato) ed un secondo che dovrà valutare i progetti presentati dalle regioni. Un disegno quest’ultimo di più ampio respiro sui fondi strutturali 2014-2020.

Lo Stato sembrerebbe avviarsi ad affrontare in modo consapevole un progetto organico per interventi ordinari e straordinari per il quale sarà necessaria innanzitutto una continuità di risorse nel tempo e un’unità di intenti nella conduzione tecnico-scientifica nel corso di molti decenni. Lo sfaldamento del paese in Regioni è un punto debole e un nodo che va affrontato senza nascondersi dietro un dito. Sappiamo fin troppo bene che alcune funzionano e altre arrancano. Così come i Beni culturali fanno capo all’autorità centrale dello Stato, il dissesto idrogeologico, il rischio sismico e vulcanologico ha un tale rilievo per il futuro del paese che la sua gestione andrebbe fortemente accentrata. Franklin D. Roosevelt nel 1933 avviò un piano di risanamento ambientale di una delle aree più depresse degli Usa: con la Tennessee Valley Authority trasformò l’economia di questa vasta regione e diede lavoro a masse di disoccupati.

Ora non siamo negli anni della Grande depressione e l’Italia è tra i più ricchi paesi dell’Ue, ma dinanzi a questi problemi è rimasta paralizzata per decenni, pur avendo competenze tecniche all’altezza del compito e una massa di giovani disoccupati (tecnici a vario titolo, lavoratori di ogni specie) che possono divenire il volano di un necessario quanto ambizioso progetto che ci auguriamo possa divenire il Salva Italia. Conviene ricordare che l’investimento per addetto in questo settore è incomparabilmente più basso di quello per le grandi opere. Ma bisogna aver chiaro che il risanamento ambientale del paese è un obiettivo storico di lunga durata, e solo la quotidiana perseveranza nella lunga durata potrà rendere la vita agli italiani più sicura di quanto non sia oggi e lenire allo stesso tempo il dramma della disoccupazione giovanile.

(Cesare De Seta su Repubblica del 14 Novembre 2014)