L’onesta Germania è più corrotta dell’Italia

Angela-Merkel

La Germania passa per essere un Paese onesto, corretto e inflessibile. Altro che l’Italia. Ma sarà proprio così? I numeri dicono che l’economia sommersa tedesca vale 351 miliardi di euro e le tangenti 250. Tanto inflessibile e tanto onesta pare…

“Gli ultimi scandali del Mose e dell’Expo sembrano confermare la teoria che l’Italia sia il Paese della corruzione, oltre che dell’economia sommersa e dell’evasione. Recenti studi sulla cosiddetta shadow economy, condotti da Friedrich Schneider dell’università di Linz, uno dei massimi esperti europei della materia, ripresi sia dall’Eurostat che dall’Ocse, evidenziano al contrario che l’economia sommersa tedesca, in valore assoluto, è la più consistente tra tutti i Paesi europei: 351 miliardi di euro pari al sommerso di Gran Bretagna, Belgio, Svezia, Irlanda e Austria messe insieme e superiore di circa 20 miliardi al sommerso italiano, stimato in 333 miliardi di euro.

I dati rilevano che l’economia “non osservata” tedesca è la più grande d’Europa. Tuttavia analizzare i dati in valore assoluto non è sufficiente: il rapporto sommerso/Pil è pari al 21% per l’Italia contro un 13% per la Germania. Letta in questa direzione sembra che l’Italia sia il Paese meno virtuoso d’Europa mentre la Germania sia governata da manager e dipendenti pubblici onesti.

L’analisi della corruzione pone due questioni: la prima di carattere metodologico, la seconda di natura politica. Le stime effettuate da Schneider sulla corruzione nei vari Paesi europei per il 2012 evidenziano che il valore delle tangenti è pari a 280 miliardi di euro per l’Italia e a 250 miliardi di euro per la Germania. La Corte dei Conti, però, stimail valore della corruzione italiana in 60 miliardi di euro. E’ chiaro che i due valori non possono essere confrontati anche perché sono il risultato di due diversi approcci metodologici. Tuttavia a una lettura più approfondita sembra che il dato dei 60 miliardi di euro non corrisponda alla realtà.

Nel 2004 la Banca Mondiale ha pubblicato un rapporto in cui ha teorizzato che la corruzione del mondo poteva essere stimata in mille miliardi di dollari. Considerato il Pil globale dell’epoca, la corruzione corrispondeva ad oltre il 3% del Pil mondiale. Applicando la stessa percentuale al Pil italiano si ricava la cifra di 60 miliardi di euro. Un esercizio di pura matematica senza nessuna base scientifica ma che continua a influenzare l’opinione pubblica. Una cifra azzardata senza essere mai stata verificata ma che oramai viene citata anche dalle principali istituzioni comunitarie.

Lo scorso febbraio Cecile Malmstrom, commissario europeo per gli affari interni, ha presentato il primo rapporto sulla corruzione nell’Unione, stimata in 120 miliardi di euro. Nel capitolo dedicato all’Italia, si ricorda che la nostra Corte dei Conti ha valutato la corruzione italiana in 60 miliardi di euro, pari alla metà dell’intera corruzione dei Paesi dell’Unione: siamo ben distanti dalle stime di Schneider.

Senza una rigorosa metodologia scientifica, che valore dare a questi risultati? Sono solo opinioni, più o meno occasionali, che riflettono il pensiero e l’interesse di chi ha prodotto tali stime? In altri termini le analisi condotte sono guidate più da schemi preconfezionati e dal desiderio di produrre necessariamente e forzatamente una stima piuttosto che indirizzate verso una logica statistica della ricerca del dato, della sua attendibilità, puntualità e replicabilità?

Il risultato finale è che la stima della corruzione è soggetta a valutazioni molto variabili: impossibile contrastare un fenomeno se non si riesce neanche a stimarne approssimativamente le dimensioni quantitative. Occorre quindi estrema cautela nell’attribuire una buona attendibilità alle stime ottenute fortemente dissimili tra loro.

La questione della corruzione non investe solo le statistiche economiche ma anche quelle giudiziarie. Secondo le recenti stime dell’Ocse in Germania tra marzo 2011 e marzo 2013 di tutti i procedimenti anti corruzione, 33 sono stati archiviati per mancanza di prove mentre in 21 processi si è arrivati alla condanna nei confronti, complessivamente, di 141 persone, di cui  43 sono state ritenute colpevoli di corruzione verso funzionari pubblici stranieri. Un numero risibile osservando le stime di Schneider in cui le tangenti in Germania pesano per 250 miliardi di euro e paradossale se si pensa che in un solo anno, il 2012, le denunce per corruzione sono state più di 8mila. In Italia, nel 2011 le denunce per corruzione e concussione e abuso d’ufficio sono state 1820 mentre nel 2012 tale valore è diminuito del 14,7%; le persone condannate per peculato, malversazione, concussione, e corruzione sono state 800.

A differenza dell’Italia, in Germania si denuncia molto ma si indaga poco: forse la magistratura tedesca a differenza di quella italiana è soggetta al potere politico? E’ possibile che i magistrati tedeschi siano indirizzati dal governo a trascurare i casi di corruzione per concentrarsi su altri reati. L’Ocse ha più volte chiesto alla Germania di rendere esecutive le già poche sentenze che ricadono sotto il reato di corruzione visto che la maggior parte delle sentenze vengono sospese. A ciò si aggiunga che il Greco, Group of States Against Corruption, nel suo rapporto del novembre 2012, ha criticato la Germania per le sue regole di finanziamento ai partiti poco rigorose, rafforzate in parte solo nel 2013, per la corruzione dei parlamentari e per gli scarsi progressi nell’adozione delle raccomandazioni dell’organizzazione.

La domanda da porsi è quindi: come leggere e interpretare i dati dell’Ocse sulla corruzione? Inoltre, la Germania è ancora da considerare un Paese virtuoso, onesto e corretto?

Se non si interverrà a porre un freno e ad arginarla, la corruzione intaccherà il senso civico della società perché è innegabile che l’illegalità economica crea e creerà problemi di natura etica. Senza valori condivisi da tutte le istituzioni, le leggi rimarranno inosservate ed eluse. Solo un’etica condivisa è tra i presupposti e i cardini per il rispetto della legalità”. Andrea Mazzitelli Responsabile Centro Studi Res Magnae