La dispersione scolastica costa 33 miliardi di euro

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Negli ultimi quindici anni in Italia quasi tre milioni di studenti iscritti alle superiori non è mai arrivato al diploma. Una dispersione scolastica impressionante, il 37% nazionale di abbandoni nei professionali e il 35% del totale nelle isole. Durante il primo anno delle superiori settantamila studenti abbandonano e salgono a novantamila nel biennio, quando quasi il 50% non arriva neppure, nel caso dei professionali, all’obiettivo minimo della qualifica triennale. Sono questi i dati drammatici della dispersione e dell’abbandono nelle scuole superiori italiane, che raccontano di un dramma sociale ed economico, visto che il costo complessivo della docenza sprecata si aggira intorno al mezzo miliardo annuo.

“Rappresentano il 31,9% dei circa 9 milioni di studenti che” denuncia Corlazzoli in un’intervista a Skuola.net “hanno iniziato in questi tre lustri le superiori nella scuola statale, e di questi è come se l’intera popolazione scolastica di Piemonte, Lombardia e Veneto non ce l’abbia fatta. Praticamente uno su tre si è “disperso”, come si dice nel gergo sociologico. E dispersione fa rima con disoccupazione”.

Dato questo che diventa ancora più impressionante se lo si mette in relazione al costo sociale dei cosiddetti Neet (not engaged in education, employed or training), i giovani tra i 15 e i 29 anni che non lavorano, non studiano e non svolgono alcun tirocinio professionale e che quasi sempre si trovano in questa condizione proprio a seguito della dispersione scolastica. Un esercito di due milioni di nuovi analfabeti lavorativi, in gran parte concentrato al sud e nelle isole, che ha perso il treno dell’istruzione e della formazione, si trova ai margini del mercato occupazionale, non contribuisce in alcun modo al sistema previdenziale e costa alla collettività, tutto compreso, la cifra astronomica di 33 miliardi l’anno. Senza dimenticare che i ragazzi che la scuola “disperde” diventano il bacino dal quale attinge a piene mani la criminalità organizzata, soprattutto al Sud.

Nel complesso su 100 bambini che ogni anno iniziano gli studi ce n’è uno che non riuscirà neppure a finire la scuola primaria, cinque che si fermeranno alla licenza elementare, 32 che lasceranno dopo le medie. Oltre a 17 che tentano le superiori ma falliscono e altrettanti che non riescono ad arrivare alla laurea (dati Bankitalia e Isfol).

La “bocciatura facile” non aiuta. La scuola italiana produce circa trecentomila bocciati l’anno alle superiori, quinte classi escluse, quasi il 15% del totale. Certamente una buona fetta di questi va ad ingrossare l’esercito di quel 27% nazionale di abbandoni. I dati parziali dei respinti dell’anno scolastico appena concluso sembrano mantenersi in linea con quelle degli anni precedenti. Anche quest’anno, insomma, l’esercito dei bocciati si arricchirà di nuove leve. Possiamo permetterci il costo di trecentomila fallimenti l’anno senza offrire agli studenti che falliscono un piano B, un’alternativa credibile alla rinuncia e all’abbandono. In Europa e altrove, esistono sistemi scolastici nei quali la bocciatura non è prevista affatto, ma, soprattutto per l’istruzione professionale, si elabora un sistema di crediti accumulabili, più alti o più bassi a seconda dei risultati conseguiti, da spendere poi nell’accesso al mondo del lavoro. Un sistema al tempo stesso più competitivo e meno rigidamente escludente del nostro. Il piano di riordino complessivo della scuola annunciato da Renzi si farà carico anche di questo problema?


Commenti

  1. […] l’Italia è al penultimo posto, seguita dalla Grecia. E aumenta il peso del costo dei Neet (i giovani che non studiano, non lavorano, ) sull’economia. Secondo i ricercatori, nel 2016 […]