Il corrotto del giorno: L’Eni e Paolo Scaroni

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Da oggi il Blog dell’Uomo Qualunque inaugura una nuova rubrica “Il corrotto del giorno”. Inutile spiegarvi i temi e i protagonisti che verranno trattati, il titolo dice già tutto. La lista sarà lunga, buon incazzamento. Si parte con l’Eni e Paolo Scaroni.

L’Eni è indagata dalla procura di Milano per corruzione internazionale relativa alla vicenda dell’acquisto di un giacimento petrolifero in Nigeria. Si parla di un affare da 1,3 miliardi di dollari, che l’Eni ha concluso nel 2011 con il governo nigeriano. Di questa cifra, circa 800 milioni finirono in Nigeria a Dan Etete, ex ministro dell’Energia nigeriano, e ai suoi parenti. Altri 200 milioni sono invece rimasti a Londra, bloccati dalle autorità giudiziarie britanniche, dopo che il mediatore di Etete, Ebeka Obi, gli ha fatto una causa civile a Londra (ottenendo il riconoscimento del diritto ad avere il 7,5 per cento dell’affare ben 110,5 milioni), lamentando di non aver ricevuto dall’ex ministro il pagamento pattuito. Etete per questa vicenda è indagato per riciclaggio dagli inquirenti londinesi, ed è stato condannato sempre per riciclaggio in Francia nel 2007. L’inchiesta è stata svelata dal Fatto Quotidiano, con un articolo firmato da Marco Lillo. Per ora l’Eni è semplicemente indagata.

Entrando nello specifico l’indagine dei pm milanesi Fabio De Pasquale e Sergio Spadaro segue due filoni. Il primo rigurda un avviso di garanzia per responsabilità di tipo amministrativo secondo il decreto legislativo 231 del 2001 nei confronti della società. L’ipotesi contestata è la corruzione internazionale e l’Eni è stata iscritta nel registro degli indagati perché la legge del 2001 estende alle persone giuridiche la responsabilità per reati commessi in Italia e all’estero da persone fisiche che operano per la società. Il secondo atto notificato all’Eni è una richiesta di acquisizione di una lunga serie di documenti riguardanti l’accordo stipulato nell’aprile del 2011 con il governo nigeriano e anche le trattative intervenute nel 2009-2010 con la società Malabu.

Eni si difende rivendicando la “totale correttezza del proprio operato nella transizione”, e specificando che “i relativi accordi sono stati conclusi da Eni, senza l’ausilio di alcun intermediario ed unicamente con il governo Federale e Shell. Il pagamento del prezzo concordato è stato effettuato all’assegnazione del blocco su un conto corrente vincolato a nome del Governo Nigeriano presso una banca internazionale. Nessun accordo commerciale è stato raggiunto da Eni con la società Malabu precedente titolare del blocco in questione”.

Ma per Eni è solo l’ultimo di una serie di fascicoli d’indagine che hanno coinvolto società del gruppo e la Nigeria. Nel luglio dello scorso anno Saipem, società del gruppo, è stata condannata dal Tribunale di Milano a 600.000 euro di multa e alla confisca di 24,5 milioni di euro, sempre per corruzione internazionale in Nigeria, in base alla legge 231. La particolarità è che Saipem, che ha fatto ricorso in appello, è stata condannata, mentre i cinque manager imputati avevano usufruito dell’estinzione del reato per prescrizione. Saipem ed Eni come persone giuridiche, e ancora Scaroni e l’ex Ad Saipem Pietro Franco Tali, fra gli altri, sono indagati per corruzione internazionale dal pm De Pasquale per presunte tangenti su appalti in Algeria.

L’eccezione conferma la corruzione? Buona mazzetta a tutti!