Il patto “dei due dogi”: Ieri, oggi e domani

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Il patto “dei due dogi” in Veneto è sempre presente. Dal 1991 Destra e Sinistra si spartiscono mazzette. Ogni appalto pubblico è assegnato secondo una proporzione prestabilita. Cambiano i nomi ma i “patti” restano (Gianni De Michelis prima, Giancarlo Galan oggi). Ieri, oggi, domani e anche dopodomani…Un estratto illuminante di “Mani pulite. La vera storia, 20 anni dopo“.

In Veneto le inchieste su Tangentopoli sono cominciate addirittura prima dell’arresto di Mario Chiesa: nell’estate del 1991. Alla fine gli arresti per vicende di corruzione coinvolgeranno ben 330 persone.

Il 29 gennaio 1993 riceve il suo primo avviso di garanzia Gianni De Michelis, proconsole del Psi, ex ministro degli Esteri e delle Partecipazioni statali ed ex vicepresidente del Consiglio. Il 26 febbraio, dopo un lunghissimo interrogatorio alla Procura di Venezia, è accolto all’uscita da una piccola folla di cittadini che gridano: “Ladro, ladro, vergogna!”. Un’altra volta è addirittura inseguito per le calli della città. I magistrati lo accusano di essersi spartito gli appalti pubblici del Veneto (e le relative mazzette) con l’ex ministro democristiano ai Trasporti Carlo Bernini, ras della corrente dorotea nel Veneto. L’inchiesta di Venezia, avviata dal sostituto procuratore Nelson Salvarani e proseguita poi da Carlo Nordio, è partita dalla scoperta di un conto bancario in Svizzera, il conto “Scopa”, su cui affluivano soldi provenienti da una quindicina di aziende. Alcuni degli imprenditori coinvolti vengono arrestati, confessano e raccontano il sistema delle tangenti venete: il patto “dei due dogi”. Ogni appalto pubblico veniva assegnato secondo una proporzione prestabilita (legata ai suffragi elettorali) ad aziende indicate dalla Dc o dal Psi, che poi provvedevano a sdebitarsi con il partito di riferimento. Le mazzette finivano nelle mani dei due cassieri: Giorgio Casadei, segretario di De Michelis, e Franco Ferlin, segretario di Bernini. Alle “tangenti spot“, legate ai singoli appalti, si aggiungevano poi quelle “in abbonamento annuale“, versate alle segreterie regionali e nazionali dei partiti, senza riferimento specifico agli appalti ottenuti.

Nella Tangentopoli veneta le mazzette sono obbligatorie su tutto: le traversine ferroviarie, i depuratori di Fusine e Marghera, la “vasca” di Chioggia, la strada Transpolesana. E, soprattutto, la bretella autostradale Mestre-aeroporto e la terza corsia della Venezia-Padova: appalti miliardari, inseriti (come tanti altri in tutt’Italia) nella legge speciale per i mondiali di calcio di Italia ’90, così da poter essere assegnati, con la scusa dell’urgenza, a trattativa privata. Ma spesso non c’era neppure bisogno di trattare. Era già tutto prefissato. Infatti in Veneto le liste delle imprese da coinvolgere, secondo i patti stabiliti fra Dc e Psi, le compilava la società Iniziativa, costituita dai costruttori locali e diretta dal democristiano Piergiorgio Baita: in pratica, le imprese si autoassegnavano i lavori. Il presidente della Società autostrade Venezia-Padova – stabilirà la sentenza di primo grado – “non ha nemmeno fatto la trattativa privata: si è preso a forfait il pacchetto d’imprese che gli era stato presentato da Iniziativa e che era il frutto di un accordo, stipulato nell’esclusivo interesse dei privati che dovevano essere aggiudicatari dell’appalto e dei politici che dovevano incassare le relative tangenti. E il Cda ha recepito in toto, senza neppure un accenno di discussione”.

Altro business da favola: in vista della realizzazione dei piani straordinari per Venezia, nascono due grandi consorzi, Venezia Nuova e Venezia Disinquinamento. Uno per doge. Il primo, di area socialista, è sponsorizzato da De Michelis. Il secondo, di area democristiana, fa capo a Bernini. Tra i due c’è un accordo per la spartizione degli appalti miliardari. Senonché, di tanto in tanto, i due dogi litigano sugli affari. E allora, per mesi, tutto il sistema degli appalti si blocca. Finché Gianni e Giorgio, stimolati dagli impazienti imprenditori, tornano a fare la pace. “De Michelis ga fato question co Carlo Bernini”, dicono fra loro gli imprenditori (intercettati) nel settembre 1991. E ancora: “Loro [De Michelis e Casadei] non son in torta”. Casadei si vanta con un amico: “Sto vincendo io perché sto tenendo fermo tutto da due anni”. Alessandro Merlo, costruttore, tenta di spiegargli che “noi facciamo un altro mestiere, non possiamo star fermi”. E Casadei, sordo: “Tu hai ragione, ma sul piano politico io non posso accettare che tutta la torta degli appalti nel Veneto la gestisca Baita”. Piergiorgio Baita, democristiano, direttore di Iniziativa, racconta: “Dopo l’accordo tra Bernini e De Michelis in ordine alle attribuzioni e alle sfere d’influenza dei due consorzi, si cercò a livello locale di trovare un accordo più specifico a livello politico. [… ] Ricordo che Casadei mi rispose: “A me va bene, purché i lavori abbiano un valore di 1.500 miliardi“. Intendeva dire “1.500 miliardi al Psi [cioè alle imprese di area socialista], e 2.500 miliardi per tutti gli altri partiti”. “Il contrasto – scriverà il Tribunale – si risolse quando i due “grandi capi” convennero di assegnare al consorzio Venezia Nuova tutta una serie di lavori dell’importo di circa 4.000 miliardi […] e si accordarono circa la spartizione della relativa tangente“. Gli appalti, una volta spartiti tra Dc e Psi, dovevano riservare una parte dei lavori anche alle cooperative rosse. Per evitare intoppi. Racconta ancora Piergiorgio Baita: Mi telefonò il ragionier Donigaglia, presidente della Argenta [la cooperativa rossa ferrarese], e mi chiese subito in modo violento di essere inserito nei lavori [per la bretella Mestre-aeroporto]. Ci incontrammo all’Hotel Plaza di Roma. Tornato in Veneto, poco dopo mi chiamò l’allora capogruppo del Pci in regione, Luciano Gallinaro, chiedendomi di inserire pure le cooperative nei nostri lavori, perché in caso contrario sarebbero intervenuti come Pci sia in comune sia in regione a fare casino […]. Alla fine fu l’Italstat a garantire, sacrificando la propria quota. In effetti, nella seduta del 23 maggio 1989 della Conferenza dei servizi (in cui sono rappresentati tutti gli enti pubblici coinvolti), il sindaco comunista di Mira si oppone, facendo mancare l’unanimità, necessaria al varo dell’operazione bretella. Ma sette giorni dopo, nella seduta del 30 maggio, ha già cambiato idea, e vota a favore. Nella settimana fra le due sedute – accerteranno i giudici – la Coopcostruttori di Argenta “aveva visto accolte le sue richieste”, cioè “la percentuale dei lavori stabilita in sede di accordo spartitorio”.

Anche il racconto di Carlo Olivieri, cassiere veneto della sinistra Dc, è illuminante: “Se in Emilia- Romagna, dove il Pci-Pds svolgeva un ruolo diretto di potere, il 50-70 per cento dei lavori viene dato al sistema delle cooperative, in Veneto la quota Lega [delle cooperative] è intorno al 15 per cento“. Aggiunge Gianfranco Cremonese, ex presidente democristiano della regione Veneto e poi della società Autostrade Venezia-Padova: “Lasciar fuori le cooperative rosse voleva dire mettere due dita negli occhi a un partito di opposizione che mi avrebbe rotto (anima, e io non avevo alcun interesse che qualcuno facesse azioni di interdizione”. Anche Alberto Zamorani (Iri-Italstat) è prodigo di particolari: Noi avevamo un rapporto diretto con il presidente della Lega delle cooperative, l’on. Lanfranco Turci [poi eletto deputato nel Pds-Ds e nominato nel 2000 consigliere economico del premier Amato], per cui il dialogo sostanziale sulle scelte delle cooperative da inserire era fatto al massimo livello. Turci designava i suoi ingegneri o amministratori delle cooperative, i quali dialogavano con i nostri responsabili delle società concessionarie, e dicevano: “Allora, siccome voi potete affidare all’esterno il 100 per cento dei lavori a trattativa privata, a noi ce ne date il 20 per cento”. “Gli schieramenti politici ufficiali – scrive il Tribunale di Venezia – sono del tutto irrilevanti, nel senso che i partiti di governo e opposizione, mentre si battono accanitamente in Parlamento o nei vari consigli regionali, provinciali eccetera, collaborano tranquillamente nello spartirsi le tangenti“. Interrogato più volte alla Procura di Venezia, De Michelis ammette quantomeno “forme di finanziamento illecito”, negando però la corruzione e i patti spartitori. Bernini è di gran lunga più “minimalista”: nega di aver ricevuto una sola lira in nero. Per lui, la potente macchina da voti dei dorotei veneti, con strutture costosissime, semplicemente non esiste: “Per discutere le questioni – minimizza – ci si poteva riunire in quattro o cinque, magari a colazione, e ci si divideva le spese della benzina [… ]. La corrente si autofinanziava con l’apporto degli amici”.

I giudici, nella sentenza, ironizzeranno sulla “tesi risibile dei “quattro amici al bar”, una visione assolutamente fantasiosa, da Alice nel paese delle meraviglie”. Bernini e De Michelis verranno condannati per corruzione rispettivamente a 3 anni e 7 mesi e a 4 anni, poi ridotti a 1 anno e 4 mesi e a 1 anno e 6 mesi col patteggiamento in appello. De Michelis – precisa il Tribunale – con le tangenti “alimentava il suo principesco stile di vita sia pubblica sia privata”. In pratica, non rubava per il partito, ma per sé. Le sue feste sono entrate nella leggenda. A Venezia ne organizzò una alla Stazione marittima con 2.000 invitati; a Roma, per un compleanno, affittò l’intero ippodromo di Tor di Valle. Grande frequentatore di discoteche, De Michelis era spesso fotografato nei club notturni in compagnia di splendide ragazze. Realizzò perfino, con l’aiuto di molte “collaboratrici”, una guida alle migliori discoteche italiane, dal titolo Dove andiamo a ballare questa sera?. Nadia Bolgan, la sua bella segretaria, descrive così nel suo diario lo staff romano del ministro: “Una cinquantina di persone, molte delle quali donne incontrate di passaggio e senza alcuna preparazione professionale; erano lì solo perché gli piacevano, e ciascuna pensava di essere la favorita dell’harem”. A Roma il suo punto di riferimento era un’altra segretaria, Barbara Ceolin. Al mantenimento della segreteria-harem pensava il fido Giorgio Casadei, definito da Alberto Zamorani “una specie di protesi di De Michelis: se non ci si mette d’accordo con lui, non si batte chiodo”. Al crollo dell’impero, De Michelis lascia un conto non pagato di 490 milioni all’Hotel Plaza di Roma, dove ha occupato per anni una suite che costava 370.000 lire al giorno soltanto per gli “extra”. Dopo i processi e le condanne, fonderà il nuovo Psi, alleato di Forza Italia, e nel 2001 tornerà alla ribalta come consulente della presidenza del Consiglio nel secondo governo Berlusconi per la politica estera.


Commenti

  1. […] le mazzette, le buste coi soldi, ci sembravano una cosa normale. Tutti dicevano che da allora (Tangentopoli del 1992) erano cambiati i metodi, ma la corruzione nei lavori pubblici era rimasta la stessa e […]

  2. Vent’anni fa la reazione a Tangentopoli fu forte e generò, fra l’altro, una buona legge sugli appalti, la legge Merloni del 1994, che […]