Come si può amare la politica?

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“Perché non mi piace la politica. Allora voi mi chiederete perché non mi piace la politica? Perché non mi piacciono i mestieri male esercitati. Se si scrivesse, se si costruissero case, si esercitasse la professione del medico, così come si fa politica, allora i libri sarebbero delle porcherie, le case cascherebbero, e i medici manderebbero all’altro mondo tre quarti dei loro pazienti. La politica, sia quella esercitata nell’ambito della costituzione, sia quella praticata dalle bande armate, è pessima in Italia. E allora come si può amare la politica? In Italia la politica non incide molto sulla vita. Certo la guerra fredda, il ’68, ecc. hanno avuto la loro importanza, ma non hanno determinato in maniera consistente la vita delle grandi masse, le quali cambiano certo ma non per le rivoluzioni politiche. In questo senso sono state più importanti rivoluzioni come quella dell’automobile, del consumismo, del nudismo, della televisione ecc. ecc. Sono rivoluzioni silenziose ed apolitiche, quelle che cambiano la faccia dell’Italia e questo è significativo se non altro del conservatorismo, diciamo così antropologico, di questo paese. Detto questo, bisogna riconoscerla. Dopo la fine della guerra il momento più importante è stato il ’68. Una rivolta abbastanza misteriosa perché è avvenuta in un periodo di prosperità. Io il ’68 lo spiego in un modo forse non molto favorevole, con una specie di malinteso politico-esistenziale, nel senso che l’Italia è un paese talmente povero che alla fine degli anni sessanta ha scambiato il necessario con il superfluo. Una rivolta moralistica contro l’indispensabile che era stato preso per superfluo. Voglio dire, per quanto mi riguarda, che il guaio dell’Italia non è, come diceva Pasolini, di essere un paese troppo consumistico, troppo industrializzato, ma è quello di non esserlo abbastanza. Il ’68 venne vissuto dai giovani di allora quasi come una forma di francescanesimo di tipo moderno, maoista. E invece era un’altra cosa. Era la paura del benessere inteso come servitù”. Alberto Moravia