Il burocrate

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“Ciao, sono un burocrate. Faccio cose, metto timbri, inseguo gente. Sono uno di quelli pagati per non dare risposte. Impassibile di fronte al pensiero. Il cavillo è casa mia. Alla domanda logica si risponde con norma illogica e il gioco è fatto.
Sono quello che da un’azienda esige marca bollata, deleghe, deleghe delle deleghe, motivazioni delle deleghe e delle deleghe e… Documenti, carta, ancora documenti. Impongo tempi di attesa biblici. Non si va avanti senza l’approvazione dai miei superiori. Né senza quella “virgola” apposta dai miei sottoposti. Certo non corro ai ripari, dovesse mancare un codicillo alla pratica, pur potendo, non lo inserisco io. Vi rimando piuttosto all’ufficio da cui siete già passati. Una sorta di gioco in scatola, con pedine costrette di continuo a ripassare dal via. Questione di pettorina, mica posso declassarmi.
Sono quello che la regola è la regola, perciò i vigili a calcolare quanta ombra sul suolo pubblico produce un’insegna spessa un centimetro te lo mando. 0,3 millimetri possono bastare per calcolare l’occupazione di suolo pubblico e perciò farti pagare un tot l’anno (routine vera, ndr). L’insegna te la faccio mettere in circa sette mesi (o due anni) di pratiche, che ti costano parecchio. Anche qui, al Nord, dove l’efficienza dovrebbe regnare. Sono quello che fa la pausa caffé, perché mi spetta. Lo stesso stufo di inutili lamentele, la gente è maleducata. Devo dire che provo piacere, ho parecchio potere. Nessuno verrà mai ad ammonirmi, se cado io cadono tutti. Posso rovinare l’esistenza a chiunque e volendo riesco a far chiudere un’impresa, anche sana.
Non mi interessano le chiacchiere. Dovete attenervi a orari e norme. E provare sempre e comunque che non siete in errore, posso accusarvi senza prove, voi dovete provare il vostro essere nel giusto. Faccio saltare la presunzione di innocenza.
Sono chiaramente avverso alle riforme. Tutte. Io vivo dell‘improduttività. Negli anni i miei superiori si sono inventati una serie di passaggi burocratici per giustificare personale altrimenti in esubero. La strategia migliore è quella di chiamarle strategie per la “trasparenza”. Se vuoi rubare in realtà puoi farlo comunque, anche al Nord.
Metto timbri, prevalentemente, io. Qualcuno deve pur farlo. Il mio lavoro alla fine è utile. Diciamo che impongo delle cose. Quelle da cui la gente fuggirebbe. Ecco, io le rendo obbligatorie. È un lavoro duro il mio.
Vi lascio. Devo impedire un commerciante esponga in vetrina una fotografia dei prodotti che smercia. Perché? Non lo so ma la legge me lo concede. In caso non fosse così comunque passerebbero anni prima che il mio divieto venga rettificato. Anche allora non passerei guai, se cado io cadono tutti. La mia caduta significa ammettere che il sistema non funziona. Nessuno oggi ha il coraggio di far una cosa simile. Nessuno.” l’intraprendente