Referendum per uscire dall’euro, si può fare?

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Di tanto in tanto sentiamo leaders politici che, in pubblica piazza, annunciano ai giornali la volontà di fare un referendum sulla moneta unica Europea. Interessante notare che, nel tempo, tra i primi movimenti a parlarne, ci sia la Lega Nord. Non credo sia casuale il fatto che, in genere, chi avanza una proposta di questo tipo, si attesta su posizioni euroscettiche.
Esaminare approfonditamente il manifestarsi di movimenti anti-euro ed anti-unione in Italia sarebbe sicuramente interessante, ma non è l’oggetto di questa trattazione. Qui cerco di capire se è possibile, in Italia, indire un referendum sulla permanenza nell’euro oppure no; in secondo luogo, qualora ci sia la possibilità, quale sia il modo per attuarla.
Nell’analizzare la fattibilità dichiaro subito che il giudizio finale spetterebbe alla Corte Costituzionale, che ha le competenze specifiche. Questo, chiaramente, non mi impedisce di avere un’opinione ben precisa a riguardo, e di argomentarla nel modo  migliore possibile. Il lettore, dopo aver tenuto conto di tutti gli elementi analizzati, potrà, se lo crede opportuno, provare ad argomentare la tesi opposta.
Partiamo da una semplice definizione: il referendum è una consultazione mediante la quale  il corpo elettorale è chiamato ad esprimersi su materie specifiche, saltando la mediazione insita in un passaggio parlamentare, perciò è un istituto di democrazia diretta. Il dibattito giuridico e politico rileva, nell’uso di questo strumento, la possibilità che vi siano derive plebiscitarie e / o manipolazioni. In pratica: il referendum può tramutarsi in uno strumento di mera propaganda, volto solo ad aggregare il consenso, o ad “organizzarlo” a favore o contro le posizioni espresse dal parlamento. Per questo ed altri motivi in sede Costituente c’è stato dibattito sia sull’opportunità di introdurre lo strumento, sia nel definirne i limiti. Secondo le norme attuali, nel nostro paese il referendum può essere:

  1. abrogativo, come previsto dall’articolo 75 della Costituzione;
  2. costituzionale: ovvero su leggi di revisione della Carta, o su leggi costituzionali che NON siano state approvate a maggioranza di 2/3 (ex art. 138)
  3. referendum consultivi tenuti a livello locale.

A questo elenco va aggiunto quanto previsto dalla legge costituzionale n. 2 del 3 aprile 1989 : “Indizione di un referendum di indirizzo sul conferimento di un mandato costituente al Parlamento europeo che sarà eletto nel 1989.” Da notare che a proposito di quest’ultimo elemento c’è dibattito dottrinario, ma non giurisprudenza della Corte. Come inquadrare la legge cost. n. 2/1989? E’ compatibile con l’articolo 75? Ne costituisce un’eccezione? La risposta è fondamentale per capire se, a conti fatti, questo referendum sull’Europa si possa fare o meno; è importante anche per essere consapevoli dei limiti entro i quali ciò sia possibile.
Riparto dall’inizio, ovvero dal dettato della Carta. Terminerò cercando una risposta alle domande aperte poco fa. Comincio, quindi, con l’art. 75 della Costituzione, quello che esplicitamente si occupa dell’argomento
E` indetto referendum popolare per deliberare l’abrogazione, totale o parziale, di una legge o di un atto avente valore di legge, quando lo richiedono cinquecentomila elettori o cinque Consigli regionali. Non è ammesso il referendum per le leggi tributarie e di bilancio, di amnistia e di indulto, di autorizzazione a ratificare trattati internazionali. Hanno diritto di partecipare al referendum tutti i cittadini chiamati ad eleggere la Camera dei deputati. La proposta soggetta a referendum è approvata se ha partecipato alla votazione la maggioranza degli aventi diritto, e se è raggiunta la maggioranza dei voti validamente espressi. La legge determina le modalità di attuazione del referendum.
Ogni interruzione di paragrafo corrisponde ad un comma. In questo caso il secondo comma è di una chiarezza non discutibile: non è ammesso il referendum per le leggi […] di autorizzazione a ratificare trattati internazionali. Una persona favorevole al referendum sull’euro potrebbe obiettare in questo modo: come valutare il fatto che un referendum a “tematica internazionale” c’è stato nel 1989?
Leggendo il testo della legge (ma sarebbe, forse, sufficiente leggerne il titolo) arrivo ad una risposta possibile. Osservo, in primo luogo, che nel testo non si fa nessun riferimento all’articolo 75 appena citato, e non credo sia casuale. In effetti quella legge istituisce una consultazione “una tantum” il cui proposito non ha nulla a che fare con la legge di ratifica di un qualsiasi trattato internazionale, ma mi sembra sia quello di offrire una legittimazione popolare ad un orientamento che era stato già espresso in precedenza dal Parlamento della Repubblica. E’ come se si fosse deciso di far approvare una mozione (un atto che viene definito, appunto, di indirizzo) anche al corpo elettorale, oltre che agli organi competenti. Stiamo parlando di un atto che non ha alcuna forza di legge. Dal mio punto di vista il legislatore ha ritenuto opportuno “chiedere conferma” del proprio orientamento prevalente. Tale fattispecie, costituisce, secondo me, un uso del referendum non condivisibile. A me, pensando a quella consultazione, viene in mente il vecchio plebiscito annessionista che in alcune parti del paese si è tenuto attorno agli anni 60 del 1800.
A latere: ammettendo che il legislatore abbia introdotto un’eccezione alla regola costituzionale, è possibile farne un’altra? Anche qui il dibattito è aperto, e bisognerebbe sapere con certezza quante eccezioni siano consentite prima che la regola attuale sia considerata cambiata.
Andiamo avanti, supponendo di avere di fronte a noi un interlocutore favorevole al referendum e particolarmente convinto. Un’altra obiezione possibile, a questo punto, è incentrata sull’articolo 138 della carta:
Le leggi di revisione della Costituzione e le altre leggi costituzionali sono adottate da ciascuna Camera con due successive deliberazioni ad intervallo non minore di tre mesi, e sono approvate a maggioranza assoluta dei componenti di ciascuna Camera nella seconda votazione.
Le leggi stesse sono sottoposte a referendum popolare quando, entro tre mesi dalla loro pubblicazione, ne facciano domanda un quinto dei membri di una Camera o cinquecentomila elettori o cinque Consigli regionali. La legge sottoposta a referendum non è promulgata, se non è approvata dalla maggioranza dei voti validi.
Non si fa luogo a referendum se la legge è stata approvata nella seconda votazione da ciascuna delle Camere a maggioranza di due terzi dei suoi componenti.
Come abbiamo visto, la legge costituzionale n. 2/1989 è stata introdotta proprio utilizzando questa procedura. Abbiamo, quindi, una possibile biforcazione: prima di tutto, utilizzare l’articolo 138 per modificare l’art. 75; oppure utilizzare lo stesso articolo per far tenere una consultazione eccezionale ed una tantum, in deroga allo stesso articolo.
A questo punto, al nostro ipotetico interlocutore dovrebbe essere chiaro che, per procedere ad un referendum sull’euro l’unica strada ipoteticamente percorribile è quella prevista dall’articolo 138, in un senso o nell’altro.
Nei discorsi pubblici questo fatto non viene mai menzionato. La domanda, destinata a rimanere aperta, è la seguente: si tratta di un’omissione consapevole? Secondo me, sì.
Infatti, riflettiamo sull’effetto che ha – su chi ascolta – la frase “il referendum sull’euro si può fare”. Molto probabilmente la stragrande maggioranza del “pubblico” a cui è diretto il messaggio ignora del tutto le disposizioni costituzionali (e, a maggior ragione, i precedenti).
Di conseguenza passa il messaggio che la consultazione sia possibile senza particolari procedure complicate, mentre abbiamo visto che non è così. Per questo motivo credo che l’omissione sia consapevole: altrimenti il messaggio perderebbe buona parte della sua efficacia propagandistica.
Cerco di mettermi nei panni (non miei) di una persona favorevole, perciò immagino che venga presentata una proposta di legge costituzionale: nel primo caso a modificare il disposto dell’articolo 75, nel secondo ad istituire un referendum (di indirizzo?) sulla permanenza nell’euro, senza modificare la Carta.
Stiamo parlando di adottare una procedura che prevede, comunque, un passaggio parlamentare piuttosto lungo, e la ricerca di una maggioranza che, nel migliore dei casi, è pari a quella assoluta. Il primo ostacolo tecnico sarebbe, quindi, nel trovare questa maggioranza. Ammesso che questo avvenga, bisogna supporre che non ci sia nessuno, all’interno del Parlamento, disposto a presentare ricorso alla corte costituzionale.
Nel momento in cui la Corte dovesse intervenire, secondo me, vaglierebbe il dettato dell’articolo 75, quello del 138, la presenza del “precedente” e la consolidata giurisprudenza in merito ai rapporti con l’Unione Europea (si veda anche il sito  http://www.camera.it/cartellecomuni/leg14/RapportoAttivitaCommissioni/testi/14/14_cap04_sch01.htm) che ha trovato la sua base giuridica nella seconda parte dell’articolo 11, là dove l’Italia […] consente […] alle limitazioni di sovranità necessarie […] e promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo. (Grassetto mio)
Nel caso in cui si proponesse un nuovo “referendum di indirizzo” questo avrebbe il valore di una mozione, non la “forza di una legge”. In linea teorica (ed anche in pratica) un Parlamento potrebbe non tenere conto del risultato, e questo al di là del fatto che, nella storia, i risultati di alcuni referenda abrogativi siano stati non del tutto rispettati.
Una modifica del secondo comma dell’articolo 75 aprirebbe la strada alla possibilità che con una consultazione diretta si stabilisca (o meno) la legittimità di partecipare ad accordi internazionali, con conseguenze molto rilevanti sul piano delle relazioni tra paesi. Mi aspetto, perciò, una pronuncia negativa della Corte Costituzionale in merito, anche in virtù della giurisprudenza citata sopra.
Passiamo agli effetti sul piano internazionale. L’Italia, storicamente, ha a volte adottato una politica estera che è stata efficacemente denominata dei “giri di valzer”: alleata dell’Austria prima del 1915, l’ha combattuta partecipando al primo conflitto; alleata e belligerante con la Germania nazista nel 1940, ha combattuto contro durante la Resistenza. E’ naturale che ne consegua un’immagine non proprio affidabile
Un referendum sull’euro, quindi, avrebbe quasi sicuramente l’effetto di determinare, per il nostro paese, un isolamento che poco avrebbe di splendido, e, anzi, con tutta probabilità determinerebbe negli stati membri un comportamento, per così dire, vendicativo, con conseguenze facilmente immaginabili sul piano finanziario ed economico.
Concludo dicendo che, in linea teorica, un referendum su temi internazionali potrebbe tenersi solo rispettando le regole previste dall’articolo 138 e dando per scontato che non ci sia un intervento della Corte in merito. Parlarne in pubblico senza dare conto di tutte le difficoltà, e senza minimamente menzionare le possibili conseguenze è, a mio parere, un’operazione intellettualmente disonesta volta a lucrare sul malcontento economico, e a sfruttare il senso comune.

(Di CrazyPen – mentecritica)


Commenti

  1. […] forse ha delle idee, forse. Ma ha anche una presunzione tale che realizzarle sarà difficile. Dei referendum proposti da Grillo è inutile parlare: sono promesse al vento e per giunta in malafede. Non mi sembra che abbiano […]