La partitocrazia

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Il cittadino è solo. Sopraffatto, non può appellarsi alla forza dello Stato, perché lo Stato si è fatto partitocrazia. 
 
“Le nuove forze associative scaturenti dalla lotta economica si politicizzano influendo sulla vita dei partiti in modo così decisivo da rendere ormai anacronistiche e impossibili libere e spontanee correnti di opinione, quali una volta erano in sostanza i partiti. I partiti dell’epoca nuova, si presentano come organismi disciplinati, dotati di burocrazia, finanza, stampa, inevitabilmente collegati alle organizzazioni economiche, sindacali, lobbistiche delle quali riflettano le lotte e gli interessi. Veri Stati nello Stato, ordinamenti giuridici cioè autonomi, essi mettono in crisi con il loro particolarismo e talvolta con il loro illiberalismo il debole Stato liberal-parlamentare, al quale si presenta un compito ben più grave di quello per il quale era attrezzato; non si tratta più di difendere l’individuo contro l’individuo, ma si tratta di difendere l’individuo e la legge contro potenti organizzazioni. Queste a loro volta traggono sempre nuovo alimento dal senso di panico potenziale che pervade gli individui a causa della carenza di diritto garantito dallo Stato. L’individuo, sentendosi indifeso dall’ordinamento statale, cerca negli ordinamenti minori e particolari la sua garanzia e a quegli ordinamenti paga il tributo di obbedienza che lo Stato non sa più esigere”. Giuseppe Maranini – ‘’Governo parlamentare e partitocrazia’’ 1949

Le grandi masse non si conquistano con i ragionamenti, ma facendo appello agli istinti e ai sentimenti più elementari, con i metodi di imbonimento con i quali vengono indotte a entrare nel baraccone delle meraviglie […] slogan di poche martellanti parole, cartelloni a colori piatti, promesse irrealizzabili, suoni di trombe, sventolio di bandiere […] Il nostro attaccamento alle istituzioni democratiche non deriva più da una concezione ottimistica, ma da una concezione estremamente pessimistica sull’umanità: dalla nostra sfiducia nella capacità politica delle masse; dalla consapevolezza che il potere corrompe anche i migliori; dalla paura dell’arbitrio dei governanti e della potenza maciullatrice dello Stato moderno; dalla tragica esperienza che abbiamo vissuto sotto la dittatura dell’Uomo della Provvidenza che aveva sempre ragione […] Per salvare le libertà individuali occorre cercare nuovi limiti, nuovi vincoli, nuovi contrappesi, che impediscano ai governanti di abusare del loro potere: i vecchi non ci soddisfano più perché costano troppo e trasformano la Repubblica in plutocrazia […] se non si vogliono gli effetti bisogna eliminare le cause, cioè, bisogna cercare un ordinamento che garantisca le libertà civili e politiche senza richiedere l’intervento delle macchine per fabbricare voti […] i partiti non sarebbero affatto necessari in una Costituzione che fosse costruita in conformità alla concezione moderna della democrazia; che mette l’accento sulla necessità del controllo dell’opera dei governanti piuttosto che sulla sovranità popolare”. Ernesto Rossi – “Contro l’industria dei partiti

“Quella che noi chiamiamo la degenerazione progressivamente intervenuta nei partiti italiani, quel loro lasciare vuota la società, quel loro divenire poco alla volta erogatori di risorse disponibili attraverso l’esercizio del potere pubblico, questa degenerazione è stata il ritorno o la progressiva amplificazione di una tendenza forte della storia italiana e che nella storia italiana era nata negli anni Venti e Trenta, con l’organizzazione di ‘quel’ partito. È dato di fatto che il regime fondato su partiti che acquisiscono consenso di massa attraverso l’uso della istituzione pubblica è un regime che nasce in Italia con il fascismo e che ora viene meno. E non a caso. Nello stesso momento viene meno quel regime economico fondato sull’impresa pubblica che era nato negli anni Trenta. Ed è un regime economico e un regime di partiti che attraversa per certi aspetti pure un cambiamento importante, pure fondamentalissimo, come quello del passaggio tra quel regime e la Repubblica e che viene meno ora”. Giuliano Amato – Discorso di dimissioni da Presidente del Consiglio, 1993