La crisi inarrestabile del calcio italiano

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L’inizio del declino è iniziato dieci anni fa. Crollo del ranking Fifa, fuoriclasse sempre meno attratti, fatturati crollati e stadi da terzo mondo. Un dato su tutti: nell’ultimo decennio, su 40 squadre che hanno disputato le finali di Champions League o di Coppa Uefa/Europa League appena 3 erano italiane. 

Le squadre italiane crollano in Europa. Al termine della stagione 2010/11, l’Italia è scesa al 4° posto nella classifica che tiene conto del rendimento delle squadre nelle coppe europee di calcio. Il piazzamento, confermato anche nel 2012 e 2013, è il peggiore degli ultimi trent’anni per il nostro Paese e rischia di essere ancora più mortificante a breve, visto l’incalzare di Portogallo e Francia. L’Italia, che ha visto scendere da 4 a 3 le squadre iscrivibili alla Champions League, aveva occupato la prima posizione del ranking Fifa ininterrottamente dal 1985/86 al 1988/99 e dal 1990/91 al 1998/99. Successivamente era stata seconda fino al 2003, terza nel 2004 e 2005, ancora seconda nel 2006 e di nuovo terza tra il 2007 e il 2010. Il declino è decisamente più evidente prendendo in esame un altro dato relativo alle competizioni internazionali: nell’ultimo decennio, su 40 squadre che hanno disputato le finali di Champions League o di Coppa Uefa/Europa League appena 3 erano italiane. Nel decennio precedente (1994-2003) erano state addirittura 14 e in quello 1984-1993 se ne contavano ben 13.

Prendendo in considerazione i risultati della Coppa Uefa/Europa League il confronto tra gli ultimi due decenni è davvero impietoso: tra il 2004 e il 2013 appena 5 squadre italiane sono state capaci di raggiungere almeno i quarti di finale, a fronte delle 17 del periodo 1994-2003. Il dato della Coppa dei Campioni/Champions League, invece, deve tenere anche conto che nel decennio 1984-1993 le nostre partecipanti erano state 13 mentre nell’ultimo decennio questo numero è lievitato fino a 35 (escludendo dal conteggio le squadre eliminate nei turni preliminari).

Pochi fuoriclasse scelgono l’Italia. Al netto peggioramento dei risultati sportivi si è accompagnato anche un evidente calo nella capacità di attrazione dei nostri club nei confronti delle stelle del calcio internazionale: insomma i campioni fuggono dall’Italia. L’operazione di mercato più costosa di sempre nella storia del calcio italiano rimane il passaggio di Hernan Crespo dal Parma alla Lazio per 55 milioni di euro nel 2000, mentre se si considerano solo i trasferimenti dall’estero bisogna tornare ai 48 milioni di euro spesi l’anno successivo sempre dalla società romana per convincere Gaizka Mendieta a lasciare il Valencia. Da allora, però, la serie A è passata dal ruolo di cacciatore a quello di preda, vedendosi soffiare alcuni indiscussi protagonisti a cifre inarrivabili per i nostri club: Zinedine Zidane dalla Juventus al Real Madrid per 73,5 milioni nel 2002; Kakà dal Milan sempre al Real per 65 milioni di euro nel 2009; nello stesso anno, Zlatan Ibrahimovic dall’Inter al Barcellona per 69,5 milioni; fino ad arrivare ai 64,5 milioni sborsati dal Paris Saint-Germain per prelevare Edinson Cavani dal Napoli. La fine della centralità della serie A italiana nelle operazioni di acquisizione dei migliori calciatori su piazza si va sempre più consolidando. Nel mercato estivo 2013, delle 30 operazioni più costose a livello internazionale solo una è stata effettuata in entrata nel nostro torneo: l’acquisto di Gonzalo Higuain per 37 milioni di euro da parte del Napoli, forte però del denaro quasi doppio incassato per la cessione di Edinson Cavani al Paris Saint-Germain. Scorrendo la lista dei primi 50 affari, ci si imbatte anche nell’arrivo alla Roma dell’olandese Kevin Strootman dal Psv Eindhoven per 13 milioni di euro, operazione però ampiamente compensata dalle partenze dal club giallorosso di Marquinhos (al Paris Saint-Germain per 31,4 milioni) ed Erik Lamela (al Tottenham per 30 milioni). Discorso simile per la Fiorentina, che ha sborsato 15,5 milioni al Bayern Monaco per avere Mario Gomez dopo averne però incassati 26 dalla cessione di Stevan Jovetic al Manchester City. La questione fiscale. Tra le cause della minore capacità da parte dei club italiani di attrarre i grandi talenti del calcio internazionale è stato indicato, soprattutto da alcuni dirigenti delle squadre di serie A, un regime fiscale assai svantaggioso rispetto a quello di altri Paesi. In sostanza: i fuoriclasse arrivano con il contagocce anche perché altrove le squadre, a parità di salario lordo, riescono a garantire stipendi più alti grazie alla minore tassazione.

La classifica per club dei fatturati. Il calcio italiano si trova di fronte non a una crisi congiunturale, bensì a una difficoltà strutturale che è andata sempre più accentuandosi con il passare degli anni. Nella stagione 2000/01, tra le prime 8 squadre per fatturato ben 4 erano italiane, con la Juventus e il Milan rispettivamente al secondo e quarto posto e la Lazio e la Roma abbondantemente sopra i 100 milioni di euro ciascuna. Non solo. Il volume d’affari generato singolarmente dalla Juventus e dal Milan non era troppo distante da quello del Manchester United, club che risultava in testa alla classifica. Secondo la graduatoria stilata al termine della stagione 2011/12, invece, l’Italia è risultata presente con soli 2 club, venendo palesemente surclassata dall’Inghilterra: nelle prime 10 posizioni troviamo addirittura 5 squadre della Premier League (entrambe le squadre di Manchester, Chelsea, Arsenal e Liverpool). Il nostro calcio ha anche visto notevolmente ridimensionate le posizioni di Milan e Juventus e, soprattutto, queste società hanno singolarmente fatturato la metà o ancora meno rispetto all’attuale squadra di vertice, il Real Madrid. Nemmeno unendo i due volumi di affari dei rossoneri e bianconeri si riescono ad avvicinare i livelli raggiunti dalle due grandi del calcio spagnolo, Real e Barcellona. Inoltre, non va dimenticato che la Juventus fatturava 251,2 milioni nel 2005/06 e nella stessa stagione il Milan era praticamente già ai livelli attuali. Nel frattempo, il Real Madrid è invece passato da 292,2 a 512,6 milioni di euro. Gli introiti televisivi dominano nei fatturati: Ciò che colpisce nell’andamento del mercato calcistico italiano è anche la netta preponderanza degli introiti derivanti dai diritti televisivi per le squadre (il 49% per il Milan, il 47% per la Juventus), che ricavano mediamente molto meno delle concorrenti da sponsor e incassi da stadio. Anche sul fronte della cessione dei diritti di trasmissione televisiva e radiofonica la serie A mostra di segnare il passo rispetto ad altri tornei: in Italia le squadre sono passate dai 999,4 milioni di euro di ricavi nella stagione 2009/10 ai 913 milioni del campionato 2011/12. In Inghilterra, proprio all’inizio dell’attuale torneo, è scattato un nuovo contratto che assicura introiti per 3 miliardi di sterline per le prossime 3 stagioni, con le squadre di vertice che avranno un incremento oscillante da 20 a 30 milioni di sterline a stagione. In Germania, tanto per citare un altro esempio, quest’anno il valore dei diritti televisivi della Bundesliga è cresciuto del 50%, anche sull’onda della finale di Champions League tutta tedesca disputata tra Bayern Monaco e Borussia Dortmund.

La questione degli stadi. A parte la Juventus, solo l’Udinese tra le squadre di un certo rilievo ha intrapreso un percorso per dotarsi di un impianto di proprietà. L’inadeguatezza media degli stadi italiani è ben rappresentata dal report pubblicato nel 2013 dalla Federcalcio: dei 36 impianti delle squadre di serie A e B della stagione 2011/12, appena 3 soddisfacevano gli standard richiesti dalla Uefa per disputarvi partite della massima importanza. In addirittura 15 casi non è stata raggiunta alcuna classificazione. Solo 19 delle strutture prese in esame venivano utilizzate per manifestazioni diverse dalle partite di calcio e appena 5 di esse erano dotate di un impianto per lo sfruttamento di energie rinnovabili. Sedici erano gli stadi forniti di sistemi per la protezione del manto erboso dal gelo, mentre solo 11 strutture prevedono la presenza dei cosiddetti skybox per gli spettatori, vale a dire le aree al massimo livello di ospitalità, e in appena 9 casi si registrava l’assenza di punti vendita per attività commerciali. Con queste premesse, non sorprende il progressivo allontanamento degli spettatori dagli stadi, anche in considerazione di un’offerta televisiva sempre più capillare ed esaustiva.

La Figc vede comunque la luce in fondo al tunnel, nel report annuale, nonostante i numerosi e gravi problemi che il calcio italiano sta affrontando, emerge comunque una connotazione di viva speranza. Per la Federazione è in corso una trasformazione del modello di business nonostante la perdita netta aggregata, in diminuzione, sia ancora significativa. Si è passati dai 430 milioni nella stagione 2010/11 ai 388 milioni nella stagione 2011/12 (-9,8%), segno di un ridimensionamento del sistema e di un nuovo ciclo che ha già iniziato a consolidarsi.


Commenti

  1. […] calcio italiano in inarrestabile declino da oltre dieci anni va ricostruito dalle fondamenta. Non è, non può essere l’uomo delle gaffe razziste e […]