Reddito minimo, se non ora quando?

Popolazione a rischio povertà in Europa

Popolazione a rischio povertà in Europa


 

Il tema sul reddito minimo è diventato di grande attualità nel dibattito politico nazionale e ciò non può che fare piacere visto che dal 1992 in sede europea se ne parla. L’Italia non ha mai recepito le Comunicazioni della Commissione né del Parlamento europeo. Certo ha giuridicamente un’attenuante: le Comunicazioni non sono vincolanti per gli Stati membri. Politicamente, però, non ha attenuanti visto che siamo tra gli ultimi Paesi a non avere una misura che garantisca un reddito a chi vive in una condizione di povertà.
Auguriamoci che il dibattito non si fermi solo allo scambio di vedute o proposte legislative, ma che diventi anche discussione che coinvolga l’opinione pubblica. Consapevoli che senza corrette informazioni l’opinione dei cittadini è facilmente strumentalizzabile e manovrabile.
Vorremmo che queste proposte sfocino veramente in una misura comprensibile e accessibile, se non a tutta la platea delle persone che sono a rischio di povertà, circa un quinto della popolazione italiana, almeno a quelle sole o in famiglia che vivono sotto la soglia del 60% del reddito mediano o di altra soglia purché sia. Così come vorremmo che a questo dibattito vi sia “comprensione e accettazione democratica” (Sen, 1999).
Non ci soffermeremo, quindi, ad aggiungere analisi su analisi, perché in molti abbiamo un unico obiettivo: l’Italia si deve dotare di una misura di reddito minimo per ridurre la povertà, per dare una speranza alle persone che sono state impoverite a causa della crisi perdurante, chissà ancora per quanto tempo; perché vivere in maniera dignitosa è un diritto di tutti; perché un fallimento, anche temporaneo, non deve trasformarsi nel fallimento di una vita; perché con un reddito possiamo soddisfare i bisogni, a partire da quelli primari; perché essere povero o impoverito non può essere una colpa che ricade sempre sui più deboli. Più si è fragile, più si è colpevoli. In una società che si proclamava vincente, essere una vittima era ed è una colpa.
L’Italia deve fare questo se vuole stare al passo con l’Europa.
Siamo moderatamente soddisfatti dall’aver appreso che il Governo vuole avviare la sperimentazione sul reddito minimo di inserimento, che probabilmente sarà la proposta voluta dal Ministro del Lavoro, elaborata dal gruppo di esperti e chiamata SIA (Sostegno all’Inclusione Attiva).
Non siamo per niente soddisfatti, invece, nell’apprendere che è una ulteriore sperimentazione e che sarà effettuata con probabilità sulle aree metropolitane. L’insoddisfazione deriva da queste ultime due indicazioni:

1) in Italia di sperimentazione sociale si muore, siamo in continua sperimentazione. Perché un progetto diventi un servizio passano decine di anni e non è detto che venga istituzionalizzato per non parlare dei livelli essenziali delle prestazioni, che sono gli stessi dal 2000. Anche qui siamo in fase di sperimentazione.
2) Nella condizione di povertà chi abita nelle grandi città è “favorito” rispetto a chi vive in quelle piccole o zone periferiche. Anche la social card 2013 è sperimentata in 12 città metropolitane. Chi è fuori da queste città, è fuori in ogni senso anche dalle sperimentazioni. I Sindaci di questi territori non oggetto di sperimentazione ne saranno ben lieti.

Dal Disegno di Legge presentato dal Governo, sullo stato di previsione del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali apprendiamo che “per contenere gli effetti della crisi” vanno prese “misure urgenti”… “che vanno dal lavoro, alla tutela del reddito, dalle forme di promozione e rilancio del sistema del welfare…alle forme di assistenza”. Benissimo e condividiamo, come non si potrebbe con queste linee di principio?
Ci permettiamo di chiedere, però, come saranno tradotti tali principi in disposizioni concrete perché, come abbiamo già detto in altre occasioni, in questo Paese manchiamo nel tradurre la norma in pratica, per una carenza di integrazione e messa a sistema di tutte le parti coinvolte. È proprio il meccanismo di collegamento tra Stato – Regioni – Comunità locali a non funzionare e sarebbe una grande Riforma, se ne sente la necessità, almeno da chi guarda dal “basso” dei Comuni. Il più delle volte non si capisce chi deve fare cosa, anche se la ripartizione delle funzioni è fin troppo definita, tanto che viene da chiedersi se in effetti ciò giovi al sistema Paese, visti i risultati non si direbbe.
Il problema di molti attuatori (i Comuni) sarà come applicare le disposizioni, se dovranno passare attraverso le Regioni come è presumibile, visto che hanno la potestà di tradurre i principi legislativi in atti di programmazione; oppure le città individuate dovranno mantenere un rapporto diretto con il Ministero del Lavoro e delle Politiche sociali. Chi saranno le istituzioni che dovranno farsi carico dell’individuazione e dell’applicazione della misura.
Come sempre accade, il problema cui ci troviamo di fronte e che ha visto fallire le leggi è il COME, come applicarle, CHI lo deve fare, QUANDO lo deve fare e COSA accade se non lo fa.
Dire di voler rispettare gli “impegni assunti in sede europea”, sa di ruolo passivo come se ob torto collo si fossero dovuti accettare per forza. Chi mastica un po’ di questioni europee sa che gli impegni vengono assunti dai Capi di Stato e di Governo all’unanimità e non ci sembra che finora i nostri rappresentanti abbiano chiesto la revisione del parametro del 3%, anzi dopo aver negato l’esistenza della crisi è stato siglato il trattato, poi divenuto costituzionale con la revisione dell’art.81 sul pareggio di bilancio.
Ci è stato detto che altrimenti non si poteva fare e noi cittadini italiani lo stiamo subendo, come amara medicina come se dovessimo curare una malattia divenuta ormai cronica. Ormai sappiamo che la malattia cronica si chiama corruzione, inefficienza, e la lista sarebbe lunga.
Questa è storia contemporanea, la conosciamo e viviamo tutti. Le persone in povertà, quelle che si stanno impoverendo lo sanno meglio di tutti. Parliamo delle persone in povertà con un “loro”, meglio sarebbe dire “noi”, perché un quinto degli italiani sono a rischio di povertà, o vivono già una condizione di povertà.
Se si parla di rilancio dell’occupazione si deve affrontare il problema dei centri per l’impiego, che sono in molti territori invisibili, trasparenti e dei quali ormai sfuggono le funzioni, ma soprattutto l’efficacia del lavoro svolto.
La promozione e il rilancio del welfare, avevamo sperato nella 328 (Riforma del Sistema Integrato di Interventi e Servizi Sociali) che è uno strumento ormai di 13 anni fa, ma non è stato attuato in tutto il Paese. Prima di dichiararne il fallimento, applichiamolo obbligatoriamente. La letteratura esistente sulle valutazioni dei Piani di Zona rappresenta solo una mappa di quello che si fa realmente, mancando un sistema informativo nazionale e una raccolta dati che faccia conoscere realmente quale è la spesa sociale.
Ormai è assodato che per uscire da una condizione di povertà economica è necessario avere un reddito che se non è generato dal lavoro, da qualche parte deve pur venire. E le proposte sul reddito minimo hanno diverse sfaccettature sulle quali si può trattare.
Su una cosa non siamo disposti più a scendere a patti: siamo d’accordo che senza soldi non si può pagare l’affitto/mutuo? non si può acquistare cibo, né vestiario, né ci si può curare, anche se le emergenze sanitarie sono garantite dal SSN? Senza soldi non si possono affrontare i bisogni essenziali?
Se concordiamo su questo che è alla base di una vita dignitosa allora possiamo ragionare su come migliorare la proposta: di cittadinanza, garantito, adeguato, basico, incondizionato.
Per quanto riguarda il reddito minimo, la prima riunione in assoluto fatta su questo tema fu a dicembre del 1990 quando fu costituita EAPN (Rete europea di lotta alla povertà). Da allora in Italia abbiamo continuato a parlarne nei seminari, nei lavori di gruppo, ora con il progetto EMIN (European Minimum Income Network) che ha per scopo di costruire uno schema europeo di reddito minimo adeguato. Se ciò non basta e vogliamo essere più precisi ed “europeizzare” il dibattito allora, dovremmo aggiungere che:

1.    Gli obiettivi che l’Unione Europea ed il Governo italiano si erano posti nel 2010 con la Strategia Europa 2020 sono ben lontani dall’essere raggiunti. Il solco fra  obiettivi e risultati si sta allargando; le persone in povertà stanno aumentando e l’obiettivo nazionale di riduzione di 2.2 milioni di poveri in meno entro il 2020 dovrebbe raddoppiare vista l’aumento esponenziale della povertà relativa e assoluta.
2.    Nei Piani Riforma Nazionali del 2011 e 2012 non erano chiare le misure per cercare di  ridurre la povertà, anzi, le scelte di politica economica  hanno aggravato la situazione.
3.    Si deve constatare, purtroppo, una scarsa pianificazione e programmazione di politiche di inclusione sociale e di inclusione attiva che arrivino direttamente alle persone che sono a rischio o vivono già situazioni di povertà ed esclusione sociale.
4.    Una coerenza programmatoria nella filiera istituzionale che vada dal livello più vicino al cittadino fino a quello statale è indispensabile se si vuole avere una ricaduta positiva nell’impiego delle risorse destinate al Fondo nazionale politiche sociali e provenienti dai  Fondi strutturali, in particolar modo FSE e FESR.
5.    Anche lo studio realizzato sui senza dimora e promosso dal Ministero delle Politiche sociali ha però toccato solo un aspetto molto marginale del problema povertà che coinvolge secondo il rapporto  una platea di  47.648 senzatetto, solo il 0,2% della popolazione italiana, mentre le persone in povertà sono più di 12 milioni.

Al di là dei numeri, che sono altissimi, resta il fatto che milioni di persone e non qualche decina di migliaia, sono esposte o vivono una condizione di povertà ed esclusione sociale e tra questi molti minori. Tutti loro partecipi della propria condizione, ma cittadini passivi e senza diritto di ascolto e di parola.
I Media non aiutano. Registriamo che da un paio d’anni si parla di povertà, parola che quando il Cilap iniziò le sue attività era ad uso solo delle reti sociali, ma parlarne non significa fare informazione e meno che meno comunicazione.

*Sezione italiana dell’E.A.P.N. European Anti Poverty Network