Lettera a Babbo Natale per i calciatori che si vendono le partite

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La lettera a Babbo Natale, un po’ insolita, indirizzata a tutti i giocatori di calcio che si vendono le partite, di Mattia Losi.

Caro Babbo Natale,
la mia letterina di quest’anno è diversa dal solito. Ho deciso di non desiderare cose per me, ma per i giocatori di calcio che si vendono le partite. Quelli che lo fanno davvero, non quelli solo sospettati: il mio papà dice che bisogna essere garantisti, e io credo abbia ragione. Se poi qualche sospettato è anche colpevole, in cuor suo lo sa e la letterina vale lo stesso. Spero che i veri malandrini siano pochi ma purtroppo con il tempo, se ne parla da quarant’anni, il numero cresce invece di ridursi e si moltiplicano come e i pani e i pesci (scusa il paragone: so che non è specialità tua, ma penso mi capirai).

Difficile credere lo facciano per sfamare le famiglie: molti di loro incassano in dieci mesi quello che un dirigente d’azienda guadagna in vent’anni di lavoro, un impiegato in due vite e un operaio in quattro. A spingerli non deve essere la necessità.

Vengono pagati per fare quello che un paio di miliardi di persone al mondo sognano soltanto: giocare a pallone.

Quel paio di miliardi di persone, dai bambini agli ultra cinquantenni, che una volta realizzato di non avere un piede all’altezza della situazione (ne basta uno solo, sai, destro o sinistro non fa differenza) per poter giocare pagano quote di iscrizione del campionato, affitto del campo, scarpe, maglie, pantaloncini, pallone e doccia.

Quel paio di miliardi di persone che li adorano, li difendono quando giocano male e li osannano quando giocano bene. Nel mondo del lavoro, di solito, non funziona cosi: se fai bene nessuno ti dice grazie, ma se sbagli ti trattano come un deficiente. Qualche volta anche se non sbagli, ma questa è un’altra storia.

Quel paio di miliardi di persone, dicevo, che sono disposte a piangere per il loro campione, a emozionarsi per lui, a tremare se deve tirare un rigore, ad abbracciare uno sconosciuto dopo un gol.

Vedi, caro Babbo Natale, lo sport è cosi: ti spinge ad amarlo, e ad amare i suoi protagonisti, in un modo viscerale e profondo. Perchè di fronte a loro, ai campioni che hanno realizzato il nostro sogno, in fondo restiamo sempre un po’ bambini. Anche quando diventiamo vecchi.

Ho pensato: a chi tradisce questi sentimenti deve per forza mancare qualcosa. Quindi ti chiedo di farglielo avere al posto dei regali che avevi preparato per me.

Nel sacco che lascerai vicino al camino delle loro case vorrei che mettessi un po’ di cervello: quando sono venuti al mondo deve essere stato così grande lo sforzo per generare piedi, gambe, muscoli e polmoni fuori dall’ordinario che, arrivati alla testa, le forze sono venute meno. Rimedia tu, se possibile, in modo che possano capire la gravità di quello che hanno fatto.

Come seconda cosa vorrei che mettessi nel sacco un po’ di vergogna: se ne avessero avuta almeno una briciola non avrebbero nemmeno pensato di violentare il loro sport.

Infine ti chiedo di metterci un pallone da calcio: non di quelli nuovi di adesso, ma uno di quelli di una volta, fatti di cuoio pesante e consumato dai palleggi contro il muro dell’oratorio. Spero che vedendolo si ricordino di quando erano bambini e, come tutti gli innamorati di questo sport, sognavano di diventare campioni.

Ti ringrazio tanto, caro Babbo Natale, e sono certo che mi accontenterai come hai sempre fatto.

Però, se non mi consideri troppo sfacciato, ti vorrei chiedere un ultimo regalo: porta un Natale sereno e un felice anno nuovo ai campioni veri, di qualsiasi squadra siano e di qualsiasi epoca: Mazzola, Rivera, Baggio, Riva, Zoff, Maldini, Zanetti, Del Piero e tutti quelli come loro.

E porta un saluto a quelli che non ci sono più: Meazza, Piola, Facchetti, Bulgarelli, Borgonovo e tanti, tanti altri. Restano sempre nei nostri ricordi e nei nostri cuori perchè lo sport, il nostro sogno, l’hanno amato per davvero.

Grazie ancora, Babbo Natale, e arrivederci al prossimo anno.