Un’Italia diversa

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“Senza accorgercene, giorno dopo giorno, ci siamo ritrovati in un’Italia diversa. A partire da quel 26 gennaio del 1994, quando Berlusconi annunciò la sua “discesa in campo”, cominciando proprio con questa formula a usare il calcio come metafora della politica: poi sarebbero venuti gli “azzurri”, la “squadra di governo” e tutto il resto. E lo fece inaugurando uno strumento nuovo, il videomessaggio, qualcosa che somigliava ai discorsi di fine anno del Quirinale a reti unificate ma senza la paludata ufficialità dei presidenti: il politichese veniva sostituito da un lessico semplice e diretto, che gli italiani conoscevano bene perché era il linguaggio della pubblicità. Poi venne il “mi consenta”, l’intercalare che diventò presto il simbolo e la cifra dello stile del Cavaliere, quella cortesia formale così diversa dal vizio di interrompere l’interlocutore quando arrivava al cuore del suo discorso, una maleducazione studiata a tavolino e insegnata scientificamente a centinaia di berluscones affinché diventassero sabotatori del nemico sui campi di battaglia della televisione, quella televisione che Berlusconi ha sempre – e a ragione – considerato l’arena che conosce meglio di chiunque altro. Ed è infatti usando la tv che lui ha rivoluzionato le regole del campionato della politica e non solo con gli spot che permisero a Forza Italia di diventare in tre mesi il primo partito della nazione. Usando un vocabolario di cinquecento parole, che tutti potessero capire – «perché ricordatevi che lo spettatore medio è uno studente di seconda media, che neanche siede al primo banco» – Berlusconi ha dapprima scavato un solco tra sé e “il teatrino della politica” popolato ovviamente dai suoi avversari, poi ha dato il via al suo show: fatto di “contratti con gli italiani” stipulati sulle scrivanie di ciliegio di Bruno Vespa, di mappe delle opere pubbliche di prossima realizzazione (ma mai costruite, a cominciare dal Ponte sullo Stretto), di vertici internazionali trasformati in palcoscenici per SuperSilvio (ricordate quando annunciò, a Pratica di Mare, l’ingresso della Russia nella Nato?). Ma il ventennio berlusconiano ci lascia anche altre cose. Le convention, per esempio, che somigliano ai congressi di una volta ma non eleggono nessuno, servono solo ad andare in tv. I club, che hanno sostituito le vecchie sezioni di partito, e vivono di spillette, portachiavi e gadget assortiti. Gli avvocati in Parlamento. Le miss che escono dalla tv ed entrano a Montecitorio, le igieniste dentali che escono dalle “cene eleganti” e diventano consigliere regionali, le “nipoti di Mubarak” che escono dai commissariati e vanno a riscuotere dal fidato cassiere. Le barzellette sconce che prendono il posto delle citazioni di De Gasperi. Le strepitose gaffes internazionali, dalle corna nella foto dei Grandi al “cucù” per Angela Merkel (poi oggetto di meno spiritose considerazioni estetiche). Ma il berlusconismo resta, innanzitutto, un culto della personalità. Mai l’Italia aveva avuto, dopo Mussolini, un capo del governo che credeva così convintamente nella propria superiorità planetaria («Non c’è nessuno sulla scena mondiale che può pretendere di confrontarsi con me»), uno che mandava a casa degli elettori un libretto con la storia della sua meravigliosa vita, e che non esitava a paragonarsi a Gesù, quando parlava della “traversata del deserto” ai suoi militanti, battezzati prima “missionari” e poi addirittura “apostoli della libertà”, chiamati a portare tra la gente “il Vangelo secondo Silvio”, che Dio lo perdoni quando avrà smesso di ridere.” Sebastiano Messina autore di Il presidente bonsai 

Negli anni, Berlusconi ha intercettato una corrente d’opinione di lungo periodo. Un relativismo etico, che riguarda la concezione della donna e del suo ruolo. Nella società, nella famiglia, nelle relazioni di genere. Insieme a un sentimento omofobo, mai dissimulato. Oltre a una diffidenza radicata verso le istituzioni e le regole pubbliche. Berlusconi non ha “inventato” questi atteggiamenti e questi modelli etici, trasferendoli agli italiani attraverso i media. Li ha, invece, “rappresentati” (cioè: ha dato loro rappresentanza e rappresentazione). E li ha, inoltre, amplificati. Legittimati. Imposti come modelli (e consumi) di successo. Liberarsi di Berlusconi, per questo, non basterà a liberarci dal berlusconismo. Perché è un’anomalia che abita in noi, nella nostra storia e nella nostra società. “Curarlo” non sarà facile. Dovremo curare anche noi stessi. Ilvo Diamanti


20 anni di Berlusconi


Commenti

  1. […] vero grande successo dell’epoca Berlusconiana: la promessa di ricchezza e consumistico benessere a ogni italiano. Ovviamente questa cosa non è […]